

Nell'immagine, un contesto collegato ai fatti.
Napoli – Una camera di consiglio blindata, durata quattro lunghi giorni in una sede esterna e blindata come la caserma Diaz, ha chiuso il cerchio giudiziario su una delle organizzazioni criminali più potenti e pericolose della Campania: il clan Moccia.
La VII sezione penale del tribunale di Napoli ha emesso una pesante raffica di condanne nei confronti dei componenti della cosca di Afragola, dipinta dalla Direzione Distrettuale Antimafia non più come una semplice batteria di vicolo, ma come una moderna holding del crimine con una spiccata vocazione imprenditoriale, capace di infiltrarsi negli appalti ferroviari (Rfi) e di riciclare capitali illeciti tra la Campania e Roma.
Il verdetto è arrivato nell’aula 114 del Palazzo di Giustizia, protetta da un imponente servizio di sicurezza coordinato dal commissariato e presidiata dai carabinieri. Un epilogo travagliato per un dibattimento avviato nell’ottobre del 2022 a Napoli Nord, trasferito nel capoluogo per competenza territoriale e concretamente decollato solo nel giugno del 2023.
Un processo fiume che ha rischiato d’insabbiarsi sotto il peso di una strategia difensiva titanica: i legali dei fratelli Moccia avevano infatti depositato una lista choc di ben mille testimoni da escutere. Una mole di lavoro mastodontica che ha fatto inevitabilmente saltare i cronoprogrammi, trasformandosi nel grimaldello che ha permesso alla criminalità di riconquistare temporaneamente la libertà.
Ad accompagnare e precedere questa sentenza c’è stata una delle stagioni più polemiche e roventi della giustizia napoletana recente. Nell’agosto dell’anno precedente, infatti, quindici imputati di primo piano — tra cui i vertici della famiglia Moccia — avevano lasciato il carcere per decorrenza dei termini di custodia cautelare, avendo superato il tetto invalicabile dei tre anni di giudizio di primo grado senza una sentenza.
Una scarcerazione di massa che aveva scatenato un terremoto politico-giudiziario, spingendo il procuratore capo Nicola Gratteri a pretendere una relazione dettagliata e, in un gesto dirompente e d’altri tempi, a rimettersi la toga per scendere fisicamente nell’aula bunker al fianco dei pm della Dda Ida Teresi e Ivana Fulco. La discesa in campo del Procuratore aveva acceso un durissimo scontro dialettico con la camera penale e le difese — incentrato sui ritardi, sulla scarsa frequenza delle udienze e sui ritmi bradicardici impressi al dibattimento rispetto a maxi-processi storici come Rinascita Scott — riaccendendo l’eterno dibattito sulla giustizia lenta e sulla mafia che vince sulle scadenze procedurali.
Il conto con la giustizia
Nonostante le assoluzioni registrate su singoli capi d’imputazione e la caduta di alcune accuse marginali, il tribunale ha inflitto condanne pesantissime che superano complessivamente i 250 anni di reclusione (considerando il nucleo principale dei capi-stipite e dei coimputati giudicati in questo troncone).
Insieme alle condanne detentive, il collegio giudicante ha confermato il giro di vite patrimoniale, disponendo un maxi-sequestro di beni mobili, immobili e società finalizzato alla confisca preventiva. Un colpo al cuore del tesoro accumulato in decenni di attività illecita e reinvestito nell’economia legale.
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