LA MAPPA DEL SEQUESTRO

Il clan, i colletti bianchi e il ‘Parco Primavera’: il sequestro choc che azzera il patrimonio della famiglia Rostan

Radiografia di un sistema economico-finanziario costruito — secondo i giudici — sulla sproporzione e sul reimpiego di capitali illeciti.
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Il decreto emesso dalla Seconda Sezione Penale – Sezione per l’applicazione delle Misure di Prevenzione del Tribunale di Napoli (presidente Teresa Areniello, giudice relatore ed estensore Pietro Carola, giudice Mariarosaria Orditura) traccia una linea di confine netta su un patrimonio accumulo in decenni. Il provvedimento colpisce il nucleo familiare di Giuseppe Rostan, i figli Stefano e Valentina, e le società a essi riconducibili.

Il cuore del sequestro patrimoniale focalizzato sulle unità abitative, commerciali, sui beni mobili registrati, sulle partecipazioni societarie e sui rapporti finanziari — delinea una vera e propria holding immobiliare e societaria:

Le quote societarie e i patrimoni aziendali:

Centro Riabilitazione Sanitaria S.p.A. (C.R.S.): Sequestro del 100% del capitale sociale (con intestazioni a Valentina Rostan, Stefano Rostan e Giuseppe Rostan) e del relativo patrimonio aziendale.

Immobiliare Generale S.r.l.: Sequestro del 100% delle quote (intestate a Stefano e Valentina Rostan) e del relativo patrimonio aziendale.

Immobiliare Melitese S.r.l.: Sequestro della quota del 50% formalmente intestata a Giuseppe Rostan (l’altro 50% era già stato confiscato al co-socio Alfredo Cicala) e del relativo patrimonio aziendale nella misura del 50%.

Le unità abitative, commerciali e immobiliari

Il decreto colpisce centinaia di unità immobiliari (tra appartamenti, uffici, negozi, laboratori, magazzini, autorimesse e immobili in corso di costruzione censiti in categoria F/3) localizzate principalmente a Melito di Napoli, Marino (Roma), Mugnano di Napoli e Napoli:

Abitazioni civili ed economiche: Numerosi appartamenti di tipo civile (cat. A/2) ed economico (cat. A/3) situati in via Roma, via Don Raffaele Abete, via Signorelli e via Madonna delle Grazie a Melito di Napoli, oltre a immobili residenziali e commerciali situati a Napoli (come in via Girolamo Santacroce) e nei complessi immobiliari riconducibili alle società del gruppo a Marino (Roma).

Uffici e Studi Professionali: Svariati immobili destinati a uffici, studi privati e centri direzionali a Melito e nei cantieri di espansione.

Negozi e Botteghe: Numerose unità commerciali ubicate lungo assi strategici come la via Circumvallazione (Prolungamento Monacelle), via Vecchia Comunale Piscinola e piazza Guglielmo Marconi.

Laboratori e Magazzini: Decine di depositi, laboratori per arti e mestieri e magazzini dislocati nei parchi e nelle aree commerciali gestite dalla Immobiliare Generale e dalla Immobiliare Melitese.
Box auto e rimesse : Un elenco sterminato di autorimesse, posti auto e box interrati (oltre un centinaio di unità) legati ai complessi residenziali e commerciali.

I veicoli registrati

Il Tribunale ha disposto il sequestro di diversi veicoli intestati ai familiari o alle società del gruppo, tra cui:
Moto BMW K50 (intestata a Stefano Rostan).

Numerosi autocarri, furgoni e veicoli commerciali (Fiat Scudo, Peugeot Boxer, Ford Transit, Renault Trafic) intestati alla C.R.S. S.p.A..

Autovetture di servizio e rappresentanza (Audi Q2, Nissan Primastar) intestate alla Immobiliare Generale S.r.l..

I conti correnti e i rapporti finanziari:

Il provvedimento blocca i saldi attivi, i depositi titoli, i mandati fiduciari (gestiti tramite istituti come Generfid, RB Fiduciaria, Sirefid) e le polizze assicurative e di risparmio presso primari istituti di credito e banche private (tra cui Allianz Bank, Banca Generali, Fideuram Intesa Sanpaolo Private Banking, BPER Banca, Crédit Agricole e Intesa Sanpaolo) riconducibili a Giuseppe Rostan, Stefano Rostan, Valentina Rostan, alla C.R.S. S.p.A. e all’Immobiliare Generale S.r.l., ponendo un argine a una sproporzione finanziaria complessiva stimata dagli inquirenti in oltre 12 milioni di euro tra il 1999 e il 2016.

Al centro di tutto c’è la lottizzazione abusiva dell’area sita a Melito di Napoli in via Madonna delle Grazie, che ha portato alla nascita del famigerato “Parco Primavera”.

Un’operazione mastodontica nata, secondo i giudici, grazie a una convergenza di interessi illeciti tra amministratori pubblici infedeli, tecnici comunali e un comitato d’affari imprenditoriale legato a doppio filo alla criminalità organizzata dell’area nord di Napoli.

Il Tribunale evidenzia come Giuseppe Rostan si sia mosso all’interno di questo scenario in cointeressenza societaria con Alfredo Cicala (imprenditore ed ex sindaco di Melito, condannato in via definitiva per associazione mafiosa in quanto ritenuto fiancheggiatore del clan Di Lauro). Con lui, Rostan era socio al 50% della Immobiliare Melitese S.r.l., braccio operativo di quella speculazione edilizia. Accanto a loro compaiono altre figure chiave dell’imprenditoria locale vicina ai clan, come Antonio Passarelli e Carmine Chianese.

Nonostante sul piano penale i processi siano approdati a prescrizioni o assoluzioni per taluni reati (come l’assoluzione nel 2024 per non aver commesso il fatto rispetto al reato di lottizzazione), il giudice della prevenzione rimarca che l’autonomia del giudizio di prevenzione consente di fotografare la pericolosità qualificata del proposto. Rostan viene descritto come il catalizzatore di risorse e il riciclatore di capitali accumulati dai clan in un territorio saldamente controllato prima da Paolo Di Lauro (“Ciruzzo ‘o milionario”) e successivamente segnato dalla sanguinosa faida con gli Scissionisti (Amato-Pagano).

La sproporzione finanziaria e il muro dell’evasione fiscale

Il dossier economico tracciato dalla Guardia di Finanza evidenzia una sperequazione impressionante: a fronte di redditi dichiarati dal nucleo familiare del tutto irrisori o comunque inadeguati (circa 3,5 milioni di euro complessivi tra il 1999 e il 2016), le uscite e gli investimenti hanno superato i 15,8 milioni di euro, generando una sproporzione globale di oltre 12,2 milioni di euro.

Nemmeno le difese basate su una presunta evasione fiscale (evidenziata dai consulenti di parte per giustificare la liquidità non dichiarata) possono reggere: il Tribunale ribadisce la giurisprudenza di legittimità e delle Sezioni Unite, secondo cui l’evasione fiscale costituisce essa stessa una fonte illecitamente accumulata e non opponibile alla confisca di prevenzione.

Articolo modificato il 16/10/2026 alle 14:51 per revisione testo.
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