Per qualche ora è sembrato che Rita De Crescenzo dovesse diventare protagonista di una docu-serie destinata a Netflix. La notizia era partita da indiscrezioni di stampa ed era stata alimentata dalla stessa creator con un annuncio sui social, poi rimosso. Il 25 agosto Netflix Italia ha però smentito all’Adnkronos l’esistenza di un progetto in lavorazione. La vicenda resta peraltro circondata da versioni contrastanti: chi aveva anticipato il progetto sostiene che alcune registrazioni fossero già avvenute, mentre Netflix nega che la lavorazione riguardi la piattaforma.
Ma forse la parte interessante non è nemmeno stabilire se questa serie esista, sia esistita, finirà altrove o non vedrà mai la luce.
La domanda più interessante è un’altra: perché la sola possibilità che Rita De Crescenzo potesse diventare il volto di una produzione nazionale ha provocato una discussione così grande?
Ed è una domanda che riguarda molto più Rita De Crescenzo.
Riguarda Napoli. Riguarda la Campania. Riguarda il Sud. E riguarda soprattutto il modo in cui oggi un territorio viene rappresentato davanti al resto del Paese.
Qualche giorno fa abbiamo ragionato su un paradosso politico: il Sud vota, ma spesso non decide. Ha milioni di abitanti, elegge parlamentari, esprime amministratori, produce consenso elettorale, eppure fatica sempre di più a imporre una propria agenda nazionale, una propria classe dirigente riconoscibile, una propria narrazione.
Lo stesso problema sembra esistere sul piano culturale.
Perché un territorio che non sceglie come raccontarsi, prima o poi viene raccontato da qualcun altro.
O, peggio ancora, dall’algoritmo.
C’erano personaggi che rappresentavano un popolo senza bisogno di proclamarsi suoi rappresentanti
Napoli e il Sud hanno avuto figure capaci di occupare lo spazio mediatico nazionale senza diventare caricature della propria terra.
Massimo Troisi. (Quanto ci manchi Massimo.!)
Luciano De Crescenzo.
Eduardo De Filippo.
Renzo Arbore, con un rapporto culturale e artistico profondissimo con Napoli e con il Mezzogiorno.
Erano personalità diversissime tra loro, e sarebbe sbagliato trasformarle oggi in santini. Ma avevano qualcosa in comune: riuscivano a catalizzare l’attenzione nazionale e contemporaneamente a trasmettere qualcosa.
Non avevano bisogno di gridare «io rappresento Napoli».
Lo facevano parlando.
Lo facevano attraverso il cinema, il teatro, la televisione, la letteratura, la musica, l’ironia.
E soprattutto riuscivano in una cosa oggi rarissima: potevano essere popolari senza necessariamente essere semplicistici.
Troisi ne era forse l’esempio più straordinario.
Nelle sue interviste con Gianni Minà riusciva a parlare di Napoli con il sorriso e nello stesso momento a mettere sul tavolo questioni enormi.
C’è quella battuta diventata celebre sul napoletano con «l’acqua alla gola» al quale finiscono persino per togliere l’acqua.
Si rideva.
Ma si capiva perfettamente cosa stesse dicendo.
È questa la differenza tra essere semplicemente famosi ed essere una voce.
Oggi chi parla del Sud?
La domanda non vuole essere nostalgica.
Ogni generazione produce linguaggi nuovi e non possiamo pretendere che il presente replichi Troisi, Eduardo o De Crescenzo.
Il problema è un altro.
Chi occupa oggi quello spazio?
Chi riesce a parlare del Mezzogiorno senza trasformarlo nella caricatura di se stesso?
Chi possiede abbastanza autorevolezza da mettere insieme pezzi diversi dell’opinione pubblica?
Chi riesce a prendere una questione territoriale e portarla nel dibattito nazionale?
Naturalmente esistono ancora scrittori, giornalisti, artisti, imprenditori, studiosi e professionisti meridionali di enorme valore.
Ma il sistema mediatico contemporaneo sembra concedere loro sempre meno spazio rispetto a ciò che ottiene immediatamente attenzione.
Ed è qui che entra in gioco Rita De Crescenzo.
Non è un giudizio sulla persona.
Può piacere, non piacere o essere completamente indifferente.
Il problema nasce quando un personaggio costruito prevalentemente dalle dinamiche della viralità finisce per diventare, agli occhi dei media nazionali, una delle rappresentazioni più visibili di Napoli e del suo popolo.
È questo che dovrebbe interrogarci.
Non Rita.
Noi.
Se non scegli i tuoi rappresentanti, li sceglie l’algoritmo
Una volta esistevano filtri culturali fortissimi.
Forse persino troppi.
Per arrivare in prima serata servivano editori, direttori, produttori, autori, redazioni.
Quel sistema aveva enormi difetti e spesso escludeva voci interessanti.
I social hanno abbattuto quelle porte, consentendo a chiunque di costruirsi direttamente il proprio pubblico.
È stata una rivoluzione democratica.
Ma abbiamo sottovalutato un dettaglio.
Abbattendo completamente i filtri, abbiamo consegnato buona parte della selezione a un altro soggetto: l’algoritmo.
E l’algoritmo non conosce Napoli.
Non conosce la storia del Mezzogiorno.
Non sa distinguere un intellettuale da un provocatore, un artista da un personaggio involontariamente comico.
Non gli interessa.
Misura attenzione.
Tempo di permanenza.
Commenti.
Condivisioni.
Reazioni.
E se l’indignazione produce più interazioni della cultura, premierà l’indignazione.
Se il grottesco trattiene l’utente più della complessità, premierà il grottesco.
Se il personaggio divisivo genera più traffico di quello autorevole, sarà il personaggio divisivo a comparire ovunque.
Non perché rappresenti davvero un popolo.
Ma perché funziona.
Il Sud ha bisogno di voci, non necessariamente di politici
Quando diciamo che il Sud dovrebbe produrre nuovi rappresentanti, non significa necessariamente leader politici.
Anzi.
Una comunità ha bisogno anche di figure culturali, professionali e civili capaci di creare opinione pubblica.
Persone credibili.
Persone riconoscibili.
Persone in grado di parlare con linguaggio popolare senza diventare populiste.
Persone capaci di trasformare un problema locale in un tema nazionale.
Troisi non era un segretario di partito.
Eduardo non aveva bisogno di candidarsi.
Luciano De Crescenzo non doveva presentare una mozione parlamentare.
Eppure ciascuno, a modo proprio, contribuiva alla rappresentazione di Napoli molto più di tanti professionisti della politica.
Questa capacità oggi manca terribilmente.
Anche la politica meridionale ha la sua responsabilità
E qui il discorso inevitabilmente torna alla politica.
Una parte della sinistra ha sviluppato negli anni una tendenza all’autoreferenzialità: la convinzione, spesso involontaria ma evidente, di possedere già il linguaggio corretto, le battaglie corrette e persino le priorità corrette.
Il problema nasce quando quelle priorità non coincidono più con quelle percepite dalle persone.
Una forza politica può organizzare campagne culturalmente impeccabili, ma se il cittadino alle sette del mattino deve affrontare un trasporto pubblico inefficiente, un lavoro precario, una scuola che perde pezzi o una sanità difficilmente accessibile, difficilmente percepirà quella forza come propria rappresentante se quei problemi restano sullo sfondo.
E c’è anche un altro errore.
Quando per risolvere i problemi di un territorio si ricorre sistematicamente a figure calate dall’alto, magari preparatissime e irreprensibili, il messaggio implicito rischia di diventare devastante:
qui non siamo capaci di produrre da soli una classe dirigente.
Si mortifica il territorio proprio mentre si dichiara di volerlo valorizzare.
La politica dovrebbe invece costruire leadership locali, farle crescere, responsabilizzarle e lasciarle parlare con la propria voce.
Non proclamarsi custode di una verità che gli altri semplicemente «non hanno ancora capito».
Perché nel momento in cui un partito comincia a pensare che se gli elettori non lo votano è perché gli elettori non capiscono, ha già perso il contatto con quegli elettori.
E le soluzioni semplicissime quasi sempre presentano il conto
Dall’altra parte esiste poi la tentazione opposta: trasformare qualsiasi problema complesso in una risposta binaria.
Bianco o nero.
Onesti o disonesti.
Popolo o sistema.
Basta fare questo.
Basta abolire quello.
Basta mandare tutti a casa.
Il Movimento 5 Stelle ha costruito parte importante della propria fortuna politica su questa capacità di semplificare problemi che la politica tradizionale aveva lasciato irrisolti.
Ha avuto anche il merito di intercettare un disagio autentico.
Ma alcune ricette che apparivano semplicissime nella comunicazione hanno mostrato nel governo della realtà conseguenze molto più complesse.
Perché amministrare significa scegliere tra opzioni imperfette.
E la realtà, purtroppo per gli slogan, ha pochissima simpatia per il bianco e nero.
Forse Rita De Crescenzo non è la causa. È lo specchio
Esiste un vecchio ragionamento secondo cui un popolo finisce per scegliere leader e simboli che, in qualche modo, gli assomigliano.
È una frase severa.
E forse anche ingiusta.
Ma vale la pena utilizzarla come provocazione.
E se Rita De Crescenzo non fosse il problema, ma semplicemente lo specchio di ciò che il nostro sistema culturale e mediatico sta selezionando?
Non perché rappresenti Napoli nella sua totalità — sarebbe assurdo sostenerlo — ma perché riesce a concentrare alcuni meccanismi del nostro tempo: esposizione continua, immediatezza, semplificazione, spettacolarizzazione, conflitto, capacità di trasformare qualsiasi episodio in contenuto.
Personaggi popolari, eccentrici o sopra le righe sono sempre esistiti a Napoli.
E per fortuna.
Sono parte anche della vitalità di questa città.
La differenza è che un tempo non erano necessariamente la porta principale attraverso cui il resto d’Italia guardava Napoli.
Oggi quella porta rischia di essere costruita dall’algoritmo.
Ed è un cambiamento enorme.
Dal Sud che non decide al Sud che non si racconta
Il punto di contatto con il problema politico è proprio questo.
Il Sud che non riesce a incidere sulle decisioni nazionali è spesso lo stesso Sud che non riesce più a costruire autonomamente la propria rappresentazione.
Subisce leadership.
Subisce narrazioni.
Subisce stereotipi.
E oggi rischia persino di subire la selezione automatica delle piattaforme.
Se la figura meridionale capace di ottenere maggiore spazio è quella che genera più click, non possiamo arrabbiarci soltanto con chi genera quei click.
Dovremmo domandarci dove siano gli altri.
Dove sono le personalità capaci di costruire una comunità intorno a idee, cultura e visione?
Dove sono gli intellettuali popolari?
Dove sono gli artisti capaci di parlare contemporaneamente al professore universitario e all’operaio?
Dove sono gli imprenditori meridionali capaci di diventare riferimenti pubblici?
Dove sono i giovani amministratori che possono parlare al Paese senza attendere l’investitura di Roma?
Esistono.
Il problema è che spesso non riusciamo a trasformarli in rappresentanza.



