

Nell’immagine, un riferimento ai fatti narrati.
Caserta– Non c’è stato alcun errore nel decreto del Viminale: il Comune di Caserta doveva essere sciolto. A sancirlo è il Tar del Lazio, che con una sentenza depositata oggi, 1° aprile 2026, ha messo la parola fine alle speranze di ritorno dell’ex amministrazione guidata da Carlo Marino.
I giudici amministrativi hanno respinto con fermezza il ricorso presentato dall’ex primo cittadino, confermando la validità del provvedimento firmato nell’aprile 2025 dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi.
La battaglia legale, che ha visto Marino affiancato dagli ex consiglieri Massimo Russo e Michele Picozzi, si è scontrata con la linea difensiva dello Stato, sostenuta dalla Presidenza del Consiglio e dal Ministero dell’Interno. Nonostante i tentativi della difesa di smontare l’impalcatura accusatoria, il Tribunale Amministrativo ha ritenuto che il quadro delineato dalla Prefettura di Caserta fosse coerente e privo di vizi di legittimità.
Il cuore della sentenza risiede nella valutazione complessiva degli indizi raccolti dagli inquirenti. Secondo i giudici, non si è trattato di episodi isolati, ma di un sistema di “collegamenti diretti o indiretti” tra la macchina amministrativa e la criminalità organizzata.
Nella motivazione si legge chiaramente che:”Il sostegno elettorale da parte di esponenti del clan mafioso e la ricorrente presenza di soggetti legati ai clan negli affidamenti pubblici erano elementi noti agli amministratori locali.”
Il Tar ha sottolineato come le prove non vadano analizzate singolarmente (“atomisticamente”), ma osservate nel loro insieme. Questa visione d’insieme ha permesso di confermare, in termini di “plausibilità e ragionevolezza”, che l’ente locale fosse permeabile alle influenze della camorra, giustificando così la misura straordinaria dello scioglimento per tutelare l’interesse pubblico e la legalità delle istituzioni.
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