

Roberto Mazzarella
Napoli – A guidare gli investigatori non sono state solo le soffiate, ma un meticoloso monitoraggio dei profili social dei familiari e dei flussi di denaro che alimentavano la sua latitanza dorata.
Sullo sfondo, un cold case di 24 anni fa: l’omicidio dell’innocente Antonio Maione, ucciso per una vendetta trasversale che non ha mai dimenticato il sangue dei Mazzarella.
La latitanza di Roberto Mazzarella non è finita in un bunker sotterraneo o in un tugurio della periferia est di Napoli. È finita tra il profumo dei limoni della Costiera e l’azzurro del mare di Vietri.
Il boss, 48 anni, erede di una delle dinastie criminali più potenti e ramificate del Mezzogiorno, si preparava a festeggiare la Pasqua con la famiglia. Non sapeva che ogni scatto su Instagram, ogni “storia” pubblicata dai parenti e ogni movimento bancario dei suoi affetti più cari era diventato un tassello del mosaico che i Carabinieri del Comando Provinciale di Napoli stavano componendo da mesi.
Gli inquirenti della DDA lo sapevano: un uomo come Roberto Mazzarella non può stare troppo lontano dai suoi figli e dalla moglie. Ed è proprio sul web che è iniziata la caccia. Gli uomini dell’Arma hanno setacciato i social network, analizzando tag, riflessi nelle foto e geolocalizzazioni sospette.
Un monitoraggio asettico ma implacabile, incrociato con l’analisi dei flussi economici: conti correnti “chiacchierati” che si svuotavano in prossimità della provincia di Salerno. Quando i militari hanno individuato il lussuoso resort di Vietri, hanno capito che il pesce era in rete. Il blitz è scattato nel cuore della notte, ponendo fine a una fuga iniziata nel gennaio 2025, quando Mazzarella era svanito nel nulla poco prima di un ordine di carcerazione.
Per capire chi è Roberto Mazzarella, bisogna tornare al 15 dicembre del 2000. Quel giorno, a San Giovanni a Teduccio, viene ucciso Salvatore Mazzarella, padre di Roberto e figura di spicco del clan. La reazione della famiglia non si fece attendere, ma fu di una crudeltà atroce.
Non potendo arrivare subito a Ivan Maione (ritenuto l’esecutore dell’omicidio del patriarca), i vertici del clan emisero una “sentenza di morte” contro il fratello, Antonio Maione. Antonio era un innocente, un ragazzo che con il “sistema” non aveva nulla a che fare. Fu giustiziato sotto casa solo per il cognome che portava. Roberto Mazzarella è accusato di essere stato tra gli organizzatori di quella spedizione punitiva, un atto dovuto per “onorare” la memoria del padre in quella logica criminale che non prevede perdono.
Durante la perquisizione nella suite, i Carabinieri hanno trovato quello che si addice a un boss di alto rango: orologi d’oro, vestiti griffati e circa 20mila euro in contanti, il “pocket money” per una vacanza che doveva restare segreta. Roberto Mazzarella non ha opposto resistenza. Ha guardato i militari, ha capito che il gioco era finito. Con lui finisce (per ora) l’egemonia di un capo che aveva saputo mantenere i contatti con i “colonnelli” di San Giovanni e dell’area vesuviana, nonostante la pressione costante dello Stato.
La storia criminale di Roberto si intreccia con quella di un clan che per decenni ha sfidato l’Alleanza di Secondigliano. Dai traffici nel Porto di Napoli alle estorsioni nel centro storico, fino al controllo del mercato del falso e della droga.
I Mazzarella, legati storicamente ai Zaza, sono una holding del crimine capace di rigenerarsi dopo ogni arresto. Ma questa volta, il colpo è durissimo: la cattura di Roberto, inserito dal Viminale tra i latitanti di massima pericolosità, disarticola la linea di comando in un momento di forte tensione tra i gruppi criminali dell’area est.
Il Prefetto di Napoli, Michele di Bari, ha espresso il suo plauso per l’operazione: «Un successo investigativo che restituisce fiducia ai cittadini. Assicurare alla giustizia un individuo di tale spessore criminale è la dimostrazione che non esistono zone franche». Ora per il boss si aprono le porte del carcere, mentre gli inquirenti passano al setaccio i telefoni e i pizzini trovati nel resort, a caccia della rete di fiancheggiatori che ha coperto la sua latitanza dorata.
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