

foto di repertorio
Una vera e propria architettura criminale costruita attorno al pallone, ideata per drenare denaro attraverso il mercato delle scommesse legali e clandestine. Il procedimento giudiziario, nato a Napoli e confermato in Appello, ha smascherato una rete capace di manipolare gli eventi sportivi per arricchire le casse del clan.
Gli accordi venivano presi in largo anticipo, decidendo a tavolino il risultato finale o le singole fasi di gioco su cui concentrare enormi flussi di denaro. Una volta stabilito l’esito della partita, le puntate venivano piazzate su diverse piattaforme e i ricavi venivano successivamente versati nelle casse del gruppo criminale per la spartizione.
Le indagini e i successivi processi di merito hanno permesso di ricostruire la precisa gerarchia all’interno dell’organizzazione, delineando le responsabilità specifiche dei due imputati.
L’esecutore operativo partecipava fisicamente agli incontri in cui venivano alterate le partite, scortava i collaboratori nei luoghi decisivi e monitorava l’andamento delle quote, ben sapendo che il capitale investito proveniva dai fondi neri del clan.
Il vertice del sodalizio esercitava invece una funzione puramente direttiva, presenziando ai vertici preparatori e gestendo in prima persona la distribuzione dei proventi illeciti agli affiliati.
Rigettando i ricorsi, la Corte di Cassazione ha confermato le pene a un anno e sei mesi di reclusione e a 1.500 euro di multa per ciascun imputato. I giudici del Palazzaccio hanno inoltre ribadito un principio giuridico fondamentale per le future inchieste sul calcioscommesse.
La responsabilità penale per concorso in frode sportiva può derivare anche da un semplice apporto indiretto, qualora questo contribuisca a rafforzare il piano criminoso complessivo. Non serve quindi aver compiuto l’azione finale della scommessa, ma basta la consapevolezza di agire per favorire le finalità illecite dell’organizzazione mafiosa.