

Nell'immagine, un dettaglio legato alla vicenda.
C’è un nome che dovrebbe campeggiare, più di ogni slogan, più di ogni faccia da manifesto, più di ogni comizio, su questa battaglia referendaria per la separazione delle carriere: Enzo Tortora. Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani sono chiamati a esprimersi su una riforma costituzionale che interviene sull’assetto della magistratura, separando le carriere tra giudici e pubblici ministeri.
E allora bisogna dirlo con chiarezza: votare Sì non significa essere contro la giustizia. Significa, al contrario, voler restituire credibilità alla giustizia. Significa prendere atto che il sistema, così com’è, ha prodotto nel tempo errori, storture, squilibri, tragedie civili. E che tra tutte queste tragedie, quella di Tortora resta la più simbolica, la più feroce, la più intollerabile.
La vicenda è nota, ma va ripetuta fino alla nausea, perché questo Paese ha il brutto vizio di dimenticare. Enzo Tortora fu arrestato nel 1983 sulla base di accuse poi rivelatesi infondate; dopo carcere, arresti domiciliari, una condanna in primo grado e l’assoluzione in appello, fu assolto definitivamente nel 1987. Anche Rai Teche ricorda quella storia come uno dei casi più clamorosi di malagiustizia italiana.
Oggi quella ferita torna davanti agli occhi di tutti grazie a “Portobello”, la serie di Marco Bellocchio uscita su HBO Max il 20 febbraio 2026, con Fabrizio Gifuni nei panni del presentatore. Bellocchio ha detto chiaramente che la serie non nasce come messaggio referendario. Ed è giusto rispettare la sua posizione. Ma proprio perché non è propaganda, proprio perché non nasce come spot, quella serie colpisce ancora di più: perché mostra, senza sconti, l’abisso in cui uno Stato può precipitare quando smette di dubitare di se stesso.
Più si guarda Portobello, più si rileggono gli atti, più si ascoltano le interviste di allora, più una cosa diventa evidente: il caso Tortora non fu solo un errore. Fu la manifestazione plastica di una cultura del potere giudiziario che, quando perde il senso del limite, travolge l’individuo e poi fatica persino a chiedere scusa. E se quella vicenda ancora oggi ci brucia addosso, è perché non è rimasta confinata al passato. È diventata un paradigma.
Qualcuno dice: ma la separazione delle carriere non basta, da sola, a impedire un nuovo caso Tortora. Vero. Ma questo non è un argomento contro il Sì. È un argomento a favore del Sì. Perché quando una riforma non risolve tutto, non per questo è inutile. Se serve a riequilibrare il sistema, a rafforzare la terzietà del giudice, a segnare una distanza più netta tra chi accusa e chi giudica, allora è un passo avanti.
E non si può far finta che questo nodo non fosse stato colto anche da Giovanni Falcone. Senza trasformarlo in un santino da campagna elettorale, resta un fatto che Falcone, in una celebre intervista del 1991, disse con grande nettezza che giudice e pubblico ministero dovessero essere “due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera”. Non è una sfumatura da poco. È la prova che uno dei più grandi servitori dello Stato aveva visto il problema per quello che era: la terzietà del giudice non può essere solo proclamata, deve essere anche percepita, ordinata, resa credibile agli occhi dei cittadini. (Qui le parole di Giovanni Falcone sulla separazione delle carriere Fondazione Luigi Einaudi)
Il punto politico, allora, è semplice. Chi difende il No difende lo status quo. Difende un assetto che ha già mostrato crepe gigantesche. Difende l’idea che non ci sia nulla di sostanziale da correggere. Difende, in fondo, quella zona grigia in cui il cittadino entra nel tritacarne giudiziario e scopre troppo tardi che aver ragione non basta, essere innocenti non basta, perfino essere assolti non basta a riavere indietro la propria vita.
E c’è un altro aspetto che grida vendetta ancora oggi. Perché non basta ricordare ciò che la giustizia fece a Tortora; bisogna anche ricordare come quella stessa giustizia, negli anni successivi, non sia stata capace di inginocchiarsi davvero davanti al danno provocato. Dalle fonti pubbliche disponibili emerge una sola vera richiesta di scuse di un magistrato coinvolto, quella di Diego Marmo, arrivata nel 2014, trent’anni dopo, e accompagnata comunque dal richiamo alla propria “buona fede”. Per il resto, nelle ricostruzioni giornalistiche di riferimento, non emerge una vera assunzione collettiva di responsabilità da parte degli altri magistrati coinvolti; anzi, già nel 2013 Repubblica sottolineava come, su quel fronte, il vuoto fosse pressoché totale.
Ed è forse proprio questo il dato più scandaloso. Non solo un innocente fu travolto, umiliato, distrutto. Ma chi lo travolse, salvo rarissime eccezioni, non ha mai trovato davvero il coraggio di misurare fino in fondo il male fatto. Come se la sofferenza di un innocente fosse una nota a margine. Come se una vita devastata potesse essere archiviata con il rifugio comodo della procedura, del formalismo, della buona fede invocata a posteriori. È questa incapacità di comprendere il danno umano, morale, civile inflitto agli innocenti che rende ancora più urgente una riforma.
Per questo il comitato del Sì farebbe bene a mettere Enzo Tortora al centro della propria narrazione pubblica. Non per strumentalizzarlo. Non per piegare una tragedia personale a un uso di parte. Ma per ricordare all’Italia che dietro ogni formula giuridica ci sono persone, famiglie, reputazioni, corpi, malattie, esistenze distrutte. Tortora non è un santino: è una ferita aperta della Repubblica.
E allora sì, bisogna avere il coraggio di dirlo: votare Sì è anche un atto di rispetto verso la memoria di Enzo Tortora. Perché il modo peggiore di onorarlo sarebbe commemorarlo in tv, applaudire la fiction, indignarsi per qualche sera e poi lasciare intatto il meccanismo che ha reso possibile quell’orrore. La memoria, se non diventa scelta, è solo ipocrisia.
Se anche questa riforma servisse a ridurre il rischio di un solo errore giudiziario, di una sola vita spezzata, di un solo innocente trascinato nel fango, allora varrebbe già la pena sostenerla. Perché uno Stato serio non aspetta l’ennesimo Tortora per capire che qualcosa va cambiato. Lo capisce prima. E agisce.
Il 22 e 23 marzo, dunque, il punto non è se la riforma sia perfetta. Il punto è se vogliamo continuare a far finta che nulla sia accaduto. Chi ha visto Tortora, chi ha capito Tortora, chi sa che perfino Falcone aveva colto la necessità di una distinzione più netta tra accusa e giudizio, chi vede ancora oggi l’incapacità della giustizia di chiedere davvero perdono agli innocenti che ha travolto, non può che votare Sì.