LE INTERCETTAZIONI

Voti del clan e aste truccate. L’ombra dei Contini sulle elezioni regionali in Campania del 2020

La Dda di Napoli impugna il "no" alle misure cautelari per l’ex consigliere Pietro Diodato: sotto la lente dei magistrati il patto elettorale al Vasto e le minacce per salvare la casa di Pianura dai creditori. Dalle intercettazioni del "Trojan" emerge il legame tra Pietro Diodato e i colonnelli del clan Contini.
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Napoli – C’è un’immagine che più di ogni altra restituisce il senso dell’inchiesta che sta scuotendo i palazzi del potere napoletano: un uomo seduto su una sedia impagliata, davanti a un CAF, con alle spalle un manifesto elettorale.

Per la Procura Antimafia, quella non è solo propaganda, ma un segnale di “presidio” del territorio. Quell’uomo è il simbolo di una democrazia inquinata, dove il consenso non si cerca nei programmi, ma tra le pieghe dei rioni controllati dall’Alleanza di Secondigliano.

Al centro del ciclone c’è Pietro Diodato, 66 anni, storico volto della politica regionale campana, per il quale la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha presentato appello al Tribunale del Riesame. I pm non ci stanno: dopo il rigetto del Gip alle misure cautelari, chiedono con forza l’arresto per l’ex consigliere, accusandolo di un doppio binario criminale: voto di scambio politico-mafioso e turbativa d’asta aggravata dal metodo mafioso.

Il “Patto delle Melanzane”: l’incontro in via Chieti

Tutto ha inizio nell’agosto torrido del 2020, in piena campagna elettorale per le Regionali. Il “Trojan” inoculato nel telefono di Gaetano Girgenti, ritenuto il referente del clan Contini nella zona del Vasto, registra tutto. È un mondo fatto di cortesie apparenti e messaggi in codice. Si parla di “melanzane sott’olio”, di bar da evitare per non dare nell’occhio e di appuntamenti fissati dietro un chiosco di Kebab.

L’intermediario è Francesco Cecere, un uomo che vanta una vicinanza quasi filiale con Diodato. È lui a fare da ponte tra il politico e il “braccio operativo” del clan, rappresentato da Girgenti e da Raffaele Prete, detto “Lelluccio o’ Boxer”, elemento di spicco della cosca.

La presentazione di Cecere, intercettata dai carabinieri, è solenne:

Cecere: “Allora Gaetano, mi ascolti, questo signore è come se fosse il mio primo figlio!”
Girgenti: “Veramente!”
Cecere: “Tu mi sei fratello… e tu… mi sei fratello… Qua sta la persona.”

In quel “qua sta la persona”, gli inquirenti leggono la consegna del candidato nelle mani dell’organizzazione criminale.

Voto di scambio: “Dieci euro a preferenza? No, troppi riflettori”

Il cuore dell’accusa di voto di scambio batte tra le strade del Vasto e dell’Arenaccia. Il clan non si limita a promettere voti; offre un “pacchetto completo”: affissione dei manifesti (blindata, affinché nessuno li copra), volantinaggio porta a porta e, ovviamente, il peso del nome dei Contini sulle urne.

I dialoghi sono crudi. Girgenti e Prete sanno che il lavoro sporco va pagato subito, mentre il “riconoscimento” politico arriverà dopo l’elezione.

Girgenti: “Noi vi possiamo appoggiare in tutte le cose… però il fattore volantinaggio, manifesti… sono spese a parte. Dobbiamo prendere tre o quattro ragazzini e gli dobbiamo stare noi dietro, perché se qualcuno li leva, io gli schiatto la testa!”

Diodato ascolta, annuisce, ma è prudente. Ha già conosciuto le aule di giustizia, sa come muoversi sotto il radar della magistratura. Quando Girgenti ipotizza di pagare gli elettori, il politico frena, non per etica, ma per strategia.

Girgenti: “Che possiamo dire a questa gente? Altrimenti dovremmo fare… ogni voto eccoti 10,00 euro… aspettare là fuori.”
Diodato: “No, no… intercettazioni… dobbiamo stare tranquilli perché non ce ne vediamo bene dopo. Se uno viene trovato con i bigliettini nella tasca Pietro Diodato, basta che fanno il titolo del giornale.”

La tattica è chiara: i “ragazzi del clan” devono presidiare i seggi, ma senza prove cartacee. La forza intimidatrice del clan Contini deve agire come un’onda invisibile.

L’asta della discordia: “Siamo pochi, ma siamo tanti”

Ma l’ombra di Diodato non si allunga solo sulle urne. C’è un’altra vicenda, altrettanto torbida, che riguarda un appartamento in via Carlo Carrà, nel quartiere Pianura. È la casa di Diodato, pignorata e finita all’asta. Per il politico, perderla è un’onta; per il clan, un’occasione per dimostrare il proprio potere di interdizione.

Secondo la Dda, il 6 ottobre 2020, il clan sarebbe sceso in campo per “ripulire” l’asta da concorrenti sgraditi. Raffaele Prete si presenta sul luogo della gara. Non usa pistole, gli basta la parola, il tono, l’appartenenza.

L’intercettazione dell’incontro tra Prete e uno dei potenziali acquirenti è un manuale di metodo mafioso:

Prete: “Ma voi siete qua per l’asta di Pianura? Siete qua per l’asta delle ore 16.00?”
Acquirente: “No…”
Prete: “Siamo sicuri? Perché la casa di Pianura se la deve prendere mio fratello. Tu ci vedi in pochi di noi, ma siamo tanti… siamo pochi ma siamo tanti. Siamo a posto allora?”

Quel “siamo pochi ma siamo tanti” è il marchio di fabbrica dell’Alleanza di Secondigliano: una presenza diffusa, un esercito invisibile che non ha bisogno di gridare per farsi ubbidire. Risultato? L’immobile viene aggiudicato a un prestanome legato al gruppo per 89.000 euro, in assenza di rilanci ostili.

Il Riesame: la battaglia legale

L’inchiesta, che a marzo ha già portato a 39 arresti (gli indagati sono 126) scompaginando i quadri del clan Contini, attende ora un passaggio cruciale. La Procura Antimafia insiste: Pietro Diodato non sarebbe una vittima, ma un beneficiario consapevole di un sistema che scambia favori elettorali con utilità future e protezione criminale.

L’ex consigliere, dal canto suo, si difende rivendicando la propria innocenza e sottolineando come, nonostante l’appoggio millantato dai soggetti intercettati, non sia stato eletto. Ma per i magistrati della Dda, il reato si consuma nel momento dell’accordo, nel patto siglato tra i tavolini di via Chieti, tra una battuta sulle melanzane e una minaccia a chi osa sfidare il clan nelle aste giudiziarie.

La parola passa ora ai giudici del Riesame. Il “Sistema” è stato svelato, resta da capire quanto profonde siano le sue radici nelle istituzioni.

 

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Commenti (3)

Questa inchiesta pare seria ma nonsi capisce bene, fra le intercettazion i i nomi c’è troppa confusjon e contaminazzione. La gent parla come se fusse tuttoscitto, però mancano proove certezze, i giudicci devon fare chiarezza senza pressioni politic e senza conclussioni affrettate.

Questa è una storia che riguarda tutti i politici. Napoli è amministrata da 70 anni dalla sinistra e loro con la vendita dei posti sono i maestri,gestiscono il potere.

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