Non è solo una questione di minuti, ma di vite che si spezzano tra i corridoi asettici di un ospedale d’eccellenza. Al centro dell’inchiesta condotta dai PM Giuseppe Tittaferrante e Antonio Ricci sulla tragica fine del piccolo Domenico, c’è un’anomalia temporale che assume i contorni di un incubo procedurale.
Un “buco nero” tra Bolzano e Napoli che ha trasformato un trapianto di speranza in una condanna senza appello.
“Per me è una liberazione”: il pianto del testimone chiave
Francesco Farinaceo, coordinatore infermieristico del Monaldi, non è solo un testimone; è l’uomo che ha visto l’ingranaggio incepparsi. Dinanzi ai magistrati, il suo esordio è un misto di dolore e sollievo: «Vi ringrazio della convocazione, per me si tratta di una liberazione».
Il suo racconto demolisce pezzo dopo pezzo la ricostruzione ufficiale fornita dal cardiochirurgo Guido Oppido e dalla sua vice Emma Bergonzoni, entrambi sotto la lente d’ingrandimento per l’accusa di falso in atto pubblico.
Il punto di rottura è fissato alle ore 14:18 del 23 dicembre scorso. In quel preciso istante, secondo Farinaceo, Oppido avrebbe ordinato il clampaggio dell’aorta del piccolo paziente. Il problema? L’organo nuovo, quello che doveva ridare il battito a Domenico, era ancora fuori dall’ospedale.
La corsa contro il tempo e l’errore fatale
Mentre l’equipe proveniente dal Nord con il cuore del donatore era ancora “al piano zero”, in sala operatoria si procedeva già a “spegnere” il cuore nativo. Un azzardo cronologico che Farinaceo conferma con precisione chirurgica: «Scesi di corsa a recuperare il contenitore, i colleghi di Bolzano erano appena arrivati all’ascensore. Quando l’aorta è stata clampata, loro non erano ancora in reparto».
Ma il dramma diventa grottesco quando il contenitore viene finalmente aperto. Non c’è un organo pronto al trapianto, ma un blocco di ghiaccio. «Il cestello era incastrato, ci abbiamo messo 20 minuti a tirarlo fuori», mette a verbale il caposala. E le parole attribuite a Oppido in quegli istanti pesano come macigni: «Che dobbiamo fare? Questo cuore non farà neanche un battito». Eppure, nonostante la parziale sgelazione e i dubbi tecnici, l’impianto viene eseguito.
La “guerra dei verbali” e il video della verità
L’inchiesta si gioca ora su due fronti: la memoria digitale e le testimonianze dirette. Stamattina è stata effettuata la copia forense del cellulare di Giuseppina Ferrillo, la perfusionista che ha filmato le fasi cruciali dell’espianto. Quel video potrebbe essere la “scatola nera” del Monaldi: la difesa sostiene che alle 14:34 il cuore di Domenico fosse ancora pulsante, ma l’accusa scava dietro le quinte di una riunione d’equipe che sembra uscita da un legal thriller.
Farinaceo rivela infatti l’esistenza di un’altra registrazione, effettuata quasi clandestinamente da un’infermiera durante un briefing post-operatorio. In quel nastro, due infermiere avrebbero denunciato pressioni e minacce da parte del primario per allinearsi a una versione di comodo sul timing dell’intervento.
Il “giallo” della cardioplegia negata
Nell’architettura accusatoria messa in piedi dai PM Tittaferrante e Ricci, c’è un passaggio tecnico che pesa più di una confessione. È il momento in cui la medicina smette di essere protocollo e diventa arbitrio. Si parla della cardioplegia, la procedura che avrebbe potuto, forse, cambiare il destino di quella antivigilia di Natale.
Il bivio clinico: operare sul “fermo” o sull’inerte
La cardioplegia è, semplificando, l’atto di indurre l’arresto cardiaco intenzionale attraverso l’infusione di una soluzione chimica. È ciò che permette al cardiochirurgo di lavorare su un organo immobile e protetto. Nel caso di Domenico, l’anestesista Francesca Blasi avrebbe intuito il pericolo: il tempo passava, il cuore nuovo non arrivava, l’incertezza regnava sovrana.
Secondo la testimonianza di Farinaceo, la dottoressa avrebbe chiesto esplicitamente: «Guido, perché non facciamo la cardioplegia?».
Una scelta irreversibile
Perché quella domanda era fondamentale? Perché eseguire la cardioplegia sul cuore nativo del bambino avrebbe permesso di “mettere in pausa” l’intervento, mantenendo una finestra di sicurezza maggiore in attesa del contenitore proveniente da Bolzano. Invece, la scelta di Oppido di procedere con il clampaggio dell’aorta senza questa protezione ha reso l’espianto un processo a senso unico, una corsa senza ritorno verso un traguardo che, in quel momento, era ancora chiuso in un ascensore al piano terra.
La risposta del primario, riportata nel verbale con una durezza che stride con la delicatezza dell’intervento pediatrico — «Quando cazzo mai hai visto fare la cardioplegia sul cuore che si espianta?» — segna per la Procura il punto di non ritorno. È il rifiuto di una misura precauzionale che avrebbe potuto congelare la procedura (nel senso clinico del termine) prima che si scoprisse che a essere letteralmente congelato, e quindi inservibile, era il cuore del donatore.
L’impatto sull’inchiesta per falso
Questo dettaglio tecnico si salda all’accusa di falso. Se, come sostiene Farinaceo, il chirurgo ha rifiutato la cardioplegia per procedere spedito all’espianto alle 14:18, la cartella clinica che riporta orari diversi non è solo un errore burocratico: è il tentativo di coprire una decisione tecnica azzardata, presa quando l’organo sostitutivo non era nemmeno entrato in sala operatoria.
Il cuore di Domenico, descritto come “ancora vivo e pulsante” nel video della Ferrillo fino alle 14:34, è diventato il testimone silenzioso di una procedura accelerata senza necessità, dove la tecnica medica è stata piegata, secondo l’accusa, a una fretta inspiegabile.
L’affondo politico: “Non è più medicina”
Le reazioni non si sono fatte attendere. Il deputato Francesco Emilio Borrelli (AVS), da tempo impegnato sul caso, parla di vicende “inquietanti”: «Quello che emerge dai verbali non ha più nulla a che vedere con la missione medica. Se venissero confermate le pressioni del primario sulle infermiere per alterare la verità, la sospensione sarebbe solo il minimo sindacale».
Mentre gli avvocati della famiglia, Antonio e Patrizia Caliendo, invocano giustizia per una vita spezzata sull’asse Bolzano-Napoli, la magistratura si prepara allo scontro in aula dinanzi al GIP a fine mese. Resta il silenzio di una sala operatoria dove, per quindici lunghissimi minuti, si è deciso il destino di un bambino prima ancora che il suo nuovo cuore varcasse la soglia della porta.









Commenti (1)
Articolo parla di un fatto grave ma nonso se le carte e i minuti son veri, pare che ci siano buchi e incongruenze nel raconto; i testimmoni dicono cose diverse ma la procedurra medica mi paree stata confusa, l’ora non combacia e il protocollo non rispettao, speriamo che i giudici verifichinoo tutto con piu cura