TUTTI GLI ARRESTATI

La Piazza 111, anatomia dell’impero della polvere bianca al Rione Berlingieri

Un business ininterrotto da decenni, protetto da vedette e tollerato dai clan egemoni in cambio di un patto d'acciaio: l'obbligo di rifornirsi esclusivamente dai vertici del clan Licciardi. Turni h24, delivery e welfare per i detenuti

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Napoli –  Quarant’anni di “avviamento commerciale”. Non un negozio di quartiere, ma un vero e proprio supermercato della cocaina a cielo aperto, capace di resistere a blitz, sequestri e retate, riorganizzandosi ogni volta con la resilienza tipica delle grandi holding.

È la fotografia scattata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e cristallizzata nell’ordinanza cautelare firmata dal gip Marco Giordano, che all’alba di oggi ha portato all’arresto di 11 persone, smantellando la storica “piazza di 111” al Rione Berlingieri, nel cuore di Secondigliano.

Un’indagine complessa, condotta sul campo dagli agenti del Commissariato di P.S. di Secondigliano e dalla Squadra Mobile tra il marzo 2022 e il maggio 2023. Un anno di intercettazioni ambientali, telefoniche, telecamere nascoste e insidiosi trojan informatici inoculati nei cellulari dei ras, che hanno permesso di scoperchiare un vaso di Pandora fatto di affari illeciti, alleanze trasversali e controllo militare del territorio.

Un’azienda a conduzione familiare (con turni e welfare)

Al vertice indiscusso della piramide c’era Antonio Bruno, per tutti “Tonino 111” (da cui il nome del sodalizio). Era lui il dominus di via Monte Faito, affiancato dal figlio Gennaro, detto “‘o brigante”.

Quest’ultimo fungeva da vero e proprio amministratore delegato dell’organizzazione: coordinava le vendite, supervisionava la piazza e, per non destare sospetti, si faceva scudo gestendo una “bancarella” di sigarette di contrabbando, perfetta copertura per il viavai di acquirenti.

La “Piazza 111” non dormiva mai. L’organizzazione garantiva ai clienti un servizio continuo, diurno e notturno, strutturato su veri e propri turni di lavoro. Le modalità di acquisto erano due: la vendita “stanziale”, direttamente nel fortino di via Monte Faito, e quella “dinamica”, un vero e proprio servizio di delivery della cocaina gestito tramite appuntamenti telefonici su utenze “dedicate”, veri e propri citofoni usa-e-getta.

Tutto era calcolato: dai “pali” per la controvigilanza contro le auto civetta delle Forze dell’Ordine, alla logistica degli “appoggi” per stoccare droga, sostanze da taglio e materiale per il confezionamento. L’organizzazione si prendeva cura anche dei suoi “dipendenti” caduti in disgrazia, accollandosi le spese legali e garantendo uno stipendio di sostentamento alle famiglie degli affiliati finiti dietro le sbarre. Un welfare criminale in piena regola.

Nei ruoli chiave, la famiglia e i fedelissimi: Ciro Cardaropoli, cognato del boss, addetto a taglio e vendita; il nipote Tommaso Bruno, factotum e intermediario; e la coppia formata da Antonio Gemei e Luisa Morra, che avevano trasformato la propria abitazione nel caveau della cocaina della consorteria.

L’ombra della camorra: il patto con i Licciardi e la Vanella Grassi

La “Piazza di 111” godeva di un’autonomia operativa, ma a Secondigliano nessuno muove una foglia senza il placet del “Sistema”. Dalle indagini, confortate dalle dichiarazioni convergenti di due collaboratori di giustizia (Massimo Molino, ex Licciardi, e Raffaele Paone, ex Vanella Grassi), è emerso l’inquietante patto di cointeressenza che legava la famiglia Bruno ai clan egemoni del territorio.

Alla piazza era concesso di arricchirsi, ma a una condizione inderogabile: la cocaina all’ingrosso doveva essere acquistata esclusivamente da Luigi Carella (detto “Gigino a gallina”), referente del clan Licciardi per il Rione Berlingieri e recentemente condannato a 17 anni in abbreviato. Prezzi, quantità e tempistiche non si discutevano: li imponeva la cosca.

A curare materialmente queste forniture coatte era il braccio destro di Carella, Francesco Marzano (“‘o russ’ ‘a treglia”). Marzano non era solo un grossista, ma un vero e proprio esattore del clan. Le microspie lo hanno immortalato in “presa diretta” mentre, spalleggiato dal sodale Pasquale Ruffo, infliggeva minacce e violenze fisiche a Eduardo Fusco, gestore di un’altra piazza di spaccio della zona, colpevole di non aver onorato i debiti per le forniture di droga imposte dall’alto.

Una cupola spietata che oggi, grazie al lavoro certosino degli inquirenti, ha subito un colpo durissimo, spezzando quella catena di montaggio della droga che da quarant’anni inquinava le strade del Rione Berlingieri.

L’elenco degli indagati (destinatari dell’ordinanza)

BRUNO Antonio (detto Tonino Centoundici), nato a Napoli il 19/11/1956. CARCERE

BRUNO Gennaro (detto ‘o brigante), nato a San Giorgio a Cremano l’11/02/1990. CARCERE

CARDAROPOLI Ciro (detto ‘o lattaro), nato a Napoli il 28/01/1962. CARCERE

GEMEI Antonio (detto ‘o gemell), nato a Napoli il 16/04/1964. CARCERE

CAMPANO Romolo, nato a Napoli il 28/12/1967. ARRESTI DOMICILIARI

MORRA Luisa, nata a Napoli il 30/12/1973. ARRESTI DOMICILIARI

BRUNO Tommaso, nato a Napoli il 03/05/1999. ARRESTI DOMICILIARI

MARZANO Francesco (detto ‘o russ’ ‘a treglia), nato a Napoli il 19/08/1963. CARCERE

CARELLA Luigi (detto ‘Gigino a gallina), nato a Napoli il 30/07/1972. CARCERE

RUFFO Pasquale (detto ‘Linuccio ‘o stronzetto), nato a Napoli il 03/06/1971. CARCERE

FUSCO Eduardo, nato a Napoli il 09/04/1993. CARCERE

@RIPRODUZIONE RISERVATA
Fonte REDAZIONE

Commenti (2)

Articolo interessante, ma tropppo generico e confuso si leggma non si capisce bene la dinamica; le date son messe male, i nomi si ripetton senza spiegazionii, la gente resta preoccupata e volevano piu chiarimenti e controlli continui, la giustizia pare lenta e non arrivan mai

Leggendo l’articolo me risulta molto confuso, pare na storia lunghissima e piena di dettagli ma anke contraddizion, la sensa sembra sfuggire: lapiazza stava aperta 40 anni e nessuno la chiudeva? Gli agenti han fatto il loro ma restano tante domande ke bisogna verificare bbbene i fatti prima di parlar.

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