De Rimini (Aimn): Siamo ‘nucleare buono’, ampliare programmi tirocinio

Appello da medici nucleari: "Rendere più visibili nostri reparti a studenti"
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Roma. La medicina nucleare rappresenta uno degli ambiti più innovativi della medicina contemporanea, capace di integrare diagnostica avanzata e terapie mirate grazie allo sviluppo di tecnologie sempre più sofisticate e di radiofarmaci innovativi.

Dall’oncologia alla cardiologia, fino allo studio delle malattie neurodegenerative, questa disciplina sta aprendo nuove prospettive nella medicina di precisione. Eppure, nonostante i progressi scientifici e clinici, rimane ancora poco conosciuta dal grande pubblico e deve affrontare anche la sfida di attrarre un numero sempre maggiore di giovani medici verso la specializzazione. Per saperne di più l’agenzia Dire ha intervistato la dottoressa Maria Luisa De Rimini, presidente dell’Associazione Italiana di Medicina Nucleare e Imaging Molecolare (AIMN).

– Dottoressa De Rimini, la medicina nucleare è una disciplina altamente specialistica e tecnologicamente avanzata, ma spesso poco conosciuta dal grande pubblico. Da cosa dipende questa scarsa consapevolezza?

“Chi entra in contatto con i nostri reparti comprende bene il valore di diagnosi e cure che offriamo anche attraverso le nuove tecnologie. Tuttavia, in un’interfaccia più generale di comunicazione, esiste una certa difficoltà di approccio, che dipende da diversi fattori. Fra questi, ad esempio, ci sono elementi strutturali: le Unità di medicina nucleare, per ragioni di radioprotezione, sono soggetti a norme regolatorie molto stringenti che limitano l’accesso e rendono meno immediata la conoscenza diretta delle nostre attività.

Tutto questo è necessario per garantire la protezione dalle radiazioni ionizzanti, ma può creare maggior distanza rispetto ad altre discipline. C’è poi una questione di linguaggio: la medicina nucleare utilizza termini e concetti complessi (pensiamo ai radiofarmaci, al decadimento fisico o ai processi di imaging molecolare) che non sono sempre facili da spiegare in modo semplice e immediato.

Quando si cerca di comunicare questi contenuti, spesso il primo impatto per chi ascolta può risultare nebuloso. A questo si aggiunge un elemento culturale: la parola ‘nucleare’ può evocare nell’immaginario collettivo eventi drammatici legati alla storia del nucleare civile o militare. In realtà tutto questo non ha nulla a che vedere con la medicina nucleare. La nostra è una medicina che utilizza il nucleare ‘buono’, quello che serve per diagnosticare e caratterizzare meglio le malattie, per curarle e per migliorare la qualità e l’aspettativa di vita dei pazienti”.

– Nel corso degli anni la medicina nucleare ha conosciuto un’evoluzione profonda sia sul piano tecnologico sia clinico. Come sono migliorate le diagnosi e la cura di molte patologie?
“Oggi la medicina nucleare è un chiaro modello di medicina di precisione. Consente da un lato diagnosi molto più precoci e accurate, dall’altro terapie mirate su specifici bersagli molecolari.

Si tratta di un cambiamento che ha trasformato profondamente l’approccio alla malattia con notevole impatto clinico. In oncologia, la possibilità di individuare e tracciare alcuni target biologici della malattia e, in alcuni casi, di utilizzare quegli stessi target anche come bersagli per la terapia, ha rivoluzionato l’interfaccia tra diagnostica e trattamento. Questo approccio è alla base della cosiddetta teranostica, cioè la capacità di utilizzare l’imaging per guidare una terapia diretta sullo stesso target biologico di malattia.

L’elettiva specificità in teranostica é un concreto presupposto di successo terapeutico, perché guida la terapia a svolgere un effetto ‘tumoricida’ mirato sulle cellule malate, risparmiando quelle sane. I sistemi di tomografi multimodali (PET/TC, SPECT/TC, PET/RM) garantiscono più elevata accuratezza diagnostica. Più recentemente le tecnologie digitali e i sistemi a largo campo permettono immagini ancor più diagnostiche, tempi di esame più rapidi e significativa riduzione di dose di radiazioni per i pazienti.

Un contributo importante arriva anche dall’intelligenza artificiale, che aiuta analisi e più complesse integrazioni delle immagini nel l’interfaccia clinica. La grande svolta è rappresentata inoltre dallo sviluppo di radiofarmaci innovativi, che permettono di studiare un numero crescente di bersagli biologici, per ‘rendere visibile l’invisibile’, ampliando enormemente le possibilità diagnostiche e terapeutiche”.

– Quali sono i principali ambiti clinici in cui opera la medicina nucleare?
“Il panorama è molto ampio. In oncologia, per esempio, la medicina nucleare non solo definisce la malattia, ma ci racconta “come si comporta”, in pratica la caratterizza. Questo ha cambiato il modo di indirizzo del governo clinico del paziente e scelte e monitoraggio terapeutico.

Per quest’ultimo, uno studio PET anche in corso di trattamento terapeutico, permette di comprendere se la terapia sortisce successo o meno, deducendo la necessità di poter proseguire o modificare il trattamento. Questo tipo di approccio, inizialmente validato nel linfoma, ha un impatto fondamentale per la salute del paziente e, naturalmente, anche per l’uso appropriato delle risorse sanitarie, perché consente di evitare terapie inutili o inefficaci.

La medicina nucleare ha poi una lunga tradizione anche in cardiologia, nello studio della perfusione e contrattilità miocardica. Oggi è possibile studiare ancor meglio il flusso e la riserva coronarica, per individuare, tra l’altro, soggetti ad alto rischio per malattia ischemica ancor prima che si manifesti clinicamente. Inoltre, in alcune patologie come l’amiloidosi cardiaca, la diagnostica di medicina nucleare può fornire informazioni talmente accurate da avvicinarsi, in determinate condizioni, al valore diagnostico di una biopsia cardiaca, metodica invasiva, consentendo talvolta di evitarla.

Un campo altrettanto importante è quello della neurologia, soprattutto nello studio delle malattie neurodegenerative, Parkinson e Alzheimer. In quest’ultima la PET con traccianti per amiloide fa diagnosi precoce e pone criterio di eleggibilità ai nuovi farmaci per la cura dell’Alzheimer”.

– Negli ultimi anni, intanto, si è registrata una progressiva riduzione del numero di medici di medicina nucleare in Italia. Quali sono le principali cause di questo fenomeno?
“È vero, negli ultimi anni in Italia si è assistito ad una riduzione del numero di richieste di accesso alle scuole di specializzazione di medicina nucleare, anche se proprio in quest’ultimo anno si è cominciata a osservare una risalita.

Quanto alle cause, oltre ad un generale calo di tipo vocazionale, la riduzione degli specialisti dipende anche dal fatto che con atenei e istituzioni tutte è necessario investire di più in un percorso mirato a valorizzare questa disciplina. Spesso, infatti, nei primi anni di università la medicina nucleare è poco conosciuta.

Non mi riferisco tanto alla didattica quanto al fatto che gli studenti raramente entrano nei nostri reparti nelle fasi iniziali del percorso formativo. E questo è un elemento importante, perché l’esperienza diretta fa davvero la differenza. Approcciare le immagini di medicina nucleare e stimare, grazie ad esse, differenti quadri patologici, seguire e interpretare l’andamento della malattia è entusiasmante.

In una fase di innovazione e di crescita così significativa dal punto di vista scientifico e clinico come quella che la medicina nucleare sta vivendo oggi, è difficile pensare che i giovani non possano appassionarsi a questa disciplina. Per questo è fondamentale favorire maggiormente questo contatto e migliorare la comunicazione”.

– In che modo, secondo lei, può essere invertita questa tendenza?
“Sarebbe utile, ad esempio, ampliare programmi di tirocini durante il corso di laurea, non soltanto negli ultimi anni ma anche in quelli più precoci del percorso universitario. La scelta della specializzazione, infatti, spesso nasce proprio nei primi anni ed è lì che bisogna promuovere la conoscenza della medicina nucleare.

È necessario inoltre attualizzare la programmazione dei fabbisogni nazionali di questi specialisti alle necessità di oggi e del prossimo futuro, anche in considerazione che all’imaging oggi si aggiungono le necessità di terapia. Imaging e terapie medico nucleari rappresentano oggi pilastri fondamentali della medicina: non possono essere marginalizzate, ma devono essere sostenute con adeguati piani d’investimento e formazione, anche per garantire una crescita equilibrata e capacità ricettiva delle nostre strutture sul territorio nazionale.

Le istituzioni devono essere consapevoli infatti che la medicina nucleare è una disciplina strategica, proprio per il ruolo centrale che svolge nei percorsi di diagnosi e cura. Questo consentirà di garantire negli anni competenze e professionalità adeguate, assicurando ai cittadini un accesso equo alla diagnostica avanzata e alle terapie innovative. In sintesi, bisogna integrare investimenti, programmazione e un forte impegno formativo per rendere realmente percorribili percorsi, interesse scientifico e futuro lavorativo di questi giovani”


Fonte REDAZIONE

Commenti (1)

L’articol parla de medicina-nucleare ed e un argoment interessant,ma resta molto tecnic e difficil da capì per la maggior parti del pubblicco. I concetti come teranostica e radiofarmaci son descritti,ma sovente senza esempi pratici; i giovini non san dove andr a specializzarsi o come entrareinei reparti. Servon piu tirocini, piu comunicazion semplificata e piani chiari per il futuru.

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