Basta una poltrona, un computer e una connessione a internet. Nessun passamontagna, nessuna pistola spianata nelle filiali bancarie. La nuova frontiera della criminalità organizzata napoletana si muove nel silenzio dei server e nella distrazione delle vittime. Un business pulito, rapidissimo e, soprattutto, a bassissimo rischio penale rispetto al tradizionale traffico di stupefacenti o alle estorsioni.
È questo lo scenario svelato dalla recente operazione dei Carabinieri e della Dda di Napoli, che ha portato all’emissione di 16 misure cautelari (tra cui 12 arresti in carcere) azzerando due gruppi criminali riconducibili alle figure di vertice del clan Mazzarella: Ciro e Michele Mazzarella. Ma la vera miniera d’oro del clan non era un soldato, bensì un venticinquenne di Pomigliano d’Arco che viaggiava in Mustang, soprannominato il “Polacco” (all’anagrafe Salvatore Mentone Del Sole junior). Un genio della frode informatica capace di sottrarre, in un solo giorno, tra i 200mila e i 300mila euro.
In un biennio (2022-2024), la banda ha mietuto una sessantina di vittime in tutta Italia, arrivando a colpire fino in Spagna. Un sistema talmente redditizio che persino gli acerrimi rivali del clan Licciardi se ne sono avvalsi in un periodo di “pax mafiosa”, dimostrando che di fronte al grande profitto tecnologico le vecchie faide possono attendere.
Dalla Masseria Cardone ai Mazzarella: l’acquisizione del “Polacco”
Il talento del “Polacco” era noto negli ambienti criminali. Inizialmente, il giovane hacker operava per conto di altri, legato ad esponenti in contrasto con i Mazzarella (come il gruppo della Masseria Cardone e un tale “Salvatore o’ biondo”). Ma un asset da centinaia di migliaia di euro al giorno non poteva sfuggire all’attenzione dei vertici di Forcella.
L’acquisizione dei suoi “servizi” da parte dei Mazzarella non è avvenuta con una normale trattativa commerciale, ma con i metodi classici della camorra. A raccontarlo è il collaboratore di giustizia Salvatore Giuliano:
“Il Polacco insieme ad altri soggetti guadagnava molti soldi e bisognava chiamarlo […] Volevamo il Polacco che si era affiancato a Salvatore o biondo, cui dava delle somme mensili per farsi proteggere. Fissammo l’incontro in vico Scassacocchi… L’incontro si concluse con l’accordo che il Polacco e quello di Forcella dovevano versare al clan 20.000/30.000 euro a lavoro.”
Ma “Salvatore o’ biondo” non ci sta, e manda a dire che l’hacker paga già lui. La risoluzione della controversia è immediata e brutale. Niente diffide legali, ma piombo: un esponente dei Mazzarella, Totore ‘e Pomigliano, va a sparare direttamente fuori l’abitazione della madre del “Polacco”.
Il messaggio arriva forte e chiaro. Segue un summit a casa di Michele Mazzarella per ratificare la resa e sancire il passaggio di proprietà dell’hacker. Da quel momento, il “Polacco” è roba loro.
“Lavorare 24 ore su 24”: il divario tecnologico e le intercettazioni
L’irruzione della cyber-criminalità all’interno di un clan storico crea anche dei paradossi generazionali e culturali, ben documentati dalle cimici degli inquirenti.
È la mezzanotte del 26 febbraio 2022.
A casa del capoclan Ciro Mazzarella si discute del nuovo, fiorente giro d’affari. Ciro, limitato nei movimenti perché sottoposto a libertà vigilata, fatica a comprendere la meccanica immateriale del raggiro. Pensa che il denaro derivi da furti fisici, che i suoi stiano rubando materialmente le carte di credito negli uffici postali, esponendosi a rischi altissimi.
È suo fratello, Alberto Mazzarella, a spiegargli che il mondo è cambiato e che il cugino Michele ha in mano il futuro. Michele ha incassato 50mila euro in un attimo e, soprattutto, ha “messo a sistema” il talento informatico del ragazzo di Pomigliano:
“…o’ polacc’.. se l’è mandato a chiamare devi lavorare con me ventiquattro ore su ventiquattro con le carte…”
Alberto chiarisce al boss che non ci sono furti materiali, ma operazioni tecnologiche sofisticate. Il clan si modernizza: i soldi non si estorcono più per strada, si rubano dai server.
Spoofing, “Tossici” e conti lampo: il modus operandi
Come funzionava la macchina mangia-soldi? L’ordinanza e le parole del pentito Rosario La Monica (operativo nel gruppo criminale di Brusciano, detto “dei Cafoni”) restituiscono l’immagine di una filiera criminale organizzata come una spietata azienda tecnologica.
La base di partenza era l’acquisto di dati sensibili (“il Polacco e [omissis] acquistavano una lista proveniente da soggetti che lavoravano in Banca contenente n. di tel., numero di conto, quanto stava sul conto”).
A quel punto scattava lo spoofing: vere e proprie centrali telefoniche, con operatori capaci di simulare vari accenti regionali, chiamavano le vittime facendo comparire sul display il numero reale della loro banca. Persuasa dell’autenticità della chiamata, la vittima consegnava la password dispositiva (OTP). I soldi venivano istantaneamente bonificati. Ma verso dove?
È qui che l’alta tecnologia si salda con la disperazione della strada. La criminalità aveva bisogno di conti correnti “usa e getta” per far transitare il denaro rubato.
“Ingaggiavamo dei tossici e li utilizzavamo per aprire dei conti correnti, con il loro ausilio, poiché loro partecipavano alle procedure di riconoscimento facciale”, racconta La Monica.
La corsa contro il tempo iniziava subito dopo il bonifico
“Avevamo poi due ore per scaricare i soldi… portavamo fisicamente i tossici e i soggetti conniventi che si prestavano a farsi intestare i conti direttamente a prelevare o alla Posta e li costringevamo a prelevare quanto più possibile. Con la rimanenza facevamo il cosiddetto ‘scarico’ da [omissis] che passava la carta sul suo POS e ci dava contanti trattenendo il 15%”.
I proventi venivano poi riciclati—grazie all’aiuto di un imprenditore avellinese delle pompe funebri—in auto di lusso e Rolex. L’uso di router irrintracciabili su SIM usa e getta completava l’invisibilità della banda.
La spietata legge del clan: il caso del tossicodipendente picchiato
Sebbene il reato fosse diventato “da colletti bianchi”, le regole d’ingaggio rimanevano quelle spietate della camorra. Quando l’ingranaggio si inceppava o qualcuno cercava di fare il furbo, la violenza tornava in primo piano.
Se un tossicodipendente reclutato come prestanome decideva di appropriarsi dei soldi transitati sul suo conto, la reazione era letale. La Monica ricorda l’episodio di “…omissis…”, un drogato che acquistava stupefacenti a Brusciano e che si era visto bloccare (o aveva sottratto) 10-15mila euro sul suo conto.
“La colpa era sua e la somma doveva essere rifusa ai Mazzarella… portammo …omissis… al Rione Luzzatti… per essere picchiato. Gli faceva un’estorsione cioè gli diceva dopo tre ore portami centomila euro”.
Una violenza cieca a garanzia di un sistema perfetto. L’inchiesta della Dda di Napoli squarcia così il velo su una camorra ibrida, capace di investire in intelligenza informatica senza mai rinunciare al terrore per mantenere il controllo. Un avvertimento chiaro per le istituzioni: le mafie non sono solo per strada, ma siedono, invisibili, ai terminali delle nostre banche.
Fonte REDAZIONE








Commenti (1)
E’ incredibile, ma non me lo aspettavo che un ragazzo con un computer conneto al web riesce a svuotare conti; le b4nche nonhanno controlli adeguati? Gli investigatorii han fatto il lor lavoro , bene, ma il problema resta: soldi sparisconoognigiorno e nessun sistema pare fermarli.