

I vigili del fuoco in azione
Bagnocavallo – Non è stato un corto circuito, né una tragica fatalità. Dietro l’inferno di fuoco che nella notte tra il 7 e l’8 dicembre scorsi ha divorato il calzaturificio “Emanuela” di Bagnacavallo, c’era un piano lucido, alimentato da un risentimento sordo e da una battaglia legale per una casa.
Questa mattina, i Carabinieri della Compagnia di Lugo hanno messo la parola fine alle indagini, eseguendo tre ordinanze di custodia cautelare che delineano i contorni di una ritorsione familiare finita nel peggiore dei modi.
Erano da poco passate le ore piccole dell’Immacolata quando le fiamme hanno avvolto il capannone di via della Cooperazione. Un incendio di proporzioni vaste, concentrato nel cuore pulsante dell’azienda: il magazzino delle materie prime.
I Vigili del Fuoco hanno lottato ore per domare il rogo, ma il bilancio finale è stato devastante. Cinquecentomila euro di danni tra pelli, tessuti e strutture compromesse, oltre al trauma dell’interruzione forzata della produzione per una realtà storica del territorio ravennate.
I rilievi tecnici, coordinati dal Pubblico Ministero Angela Scorza, non hanno lasciato spazio a dubbi: le tracce di liquido accelerante trovate tra i detriti hanno confermato la natura dolosa del rogo. Da lì è partita la caccia ai responsabili.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, accolta dal Gip Federica Lipovscek, la mente del raid sarebbe una donna di 41 anni di origine marocchina, residente a Fusignano. Il movente affonda le radici in una dolorosa e tossica vicenda familiare.
La donna era stata la compagna del fratello della titolare del calzaturificio. Alla morte dell’uomo, però, l’eredità era diventata un campo di battaglia: il defunto aveva infatti lasciato l’appartamento di famiglia al padre e alla sorella, escludendo la compagna.
Un testamento che la 41enne aveva tentato invano di impugnare per via legale. Con la sconfitta in tribunale era arrivata anche la procedura di sfratto, la cui udienza decisiva si sarebbe dovuta tenere pochi giorni dopo l’incendio. Quell’appartamento “negato” sarebbe diventato l’ossessione che ha armato la mano della donna, decisa a colpire la ex cognata nel suo bene più prezioso: l’azienda.
L’operazione di questa mattina ha visto i militari del Norm di Lugo agire in sinergia con i colleghi di Vibonati (Salerno). Tre i destinatari delle misure:
La donna, 41 anni, è finita ai domiciliari poiché in stato di gravidanza.
Un 54enne nato a San Marzano sul Sarno (SA) e residente a Napoli, per il quale si sono aperte le porte del carcere.
Un 42enne nato a Manfredonia (FG) e residente a Cartoceto (PU), anch’egli tradotto in carcere.
I due uomini sono ritenuti gli esecutori materiali del rogo, “arruolati” o convinti dalla donna per mettere in atto la spedizione punitiva.
Oltre alla distruzione dei materiali e ai danni strutturali, l’inchiesta sottolinea la gravità del gesto sotto il profilo economico e sociale. Il calzaturificio “Emanuela” rappresenta una fonte di reddito per numerose famiglie della zona; l’interruzione della produzione ha messo a rischio contratti e forniture in un periodo cruciale dell’anno.
Le indagini dei Carabinieri hanno incrociato testimonianze, tabulati telefonici e immagini di videosorveglianza, chiudendo il cerchio su quello che il Gip ha definito un grave quadro indiziario di “risentimento e intenti di vendetta”. Ora la parola passa alle aule di tribunale, le stesse dove quella contesa ereditaria aveva iniziato a trasformarsi in una miccia pronta a esplodere.