Cronaca Napoli

Massa di Somma, il neonato «fantasma» per amore: denunciata la madre

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Massa di Somma – La burocrazia non ha cuore, ma ha ottima memoria. Quella che doveva essere una romantica attesa per riunire una famiglia sotto lo stesso cognome si è trasformata in un caso giudiziario a Massa di Somma, nella zona Vesuviana.

Al centro della vicenda una donna di 38 anni, residente a Marano, che per un mese ha tenuto il proprio figlio “invisibile” agli occhi dello Stato italiano.

Un lieto evento tra le corsie

Tutto inizia la notte del 25 gennaio scorso presso la clinica “Casa di Cura Nostra Signora di Lourdes”. Il parto fila liscio: nasce un bambino in perfetta salute. Seguono i rituali classici: il fiocco blu, i brindisi, le visite dei parenti.

Per la clinica è una pratica conclusa, per la madre è l’inizio di un countdown emotivo. Tuttavia, i giorni passano e il nome di quel bambino non compare in alcun registro civile.

L’anomalia nei registri e il blitz dell’Arma

A fine febbraio, l’ingranaggio dei controlli incrociati tra presidi sanitari e forze dell’ordine fa scattare l’allarme. Per l’anagrafe, la 38enne risulta ancora “nubile e senza prole”. Un’incongruenza che spinge i Carabinieri della Stazione di San Sebastiano al Vesuvio a temere il peggio.

I militari raggiungono l’abitazione della donna a San Giovanni a Teduccio con il timore di trovarsi di fronte a una tragedia o a un abbandono. Invece, trovano una madre che accudisce il suo piccolo. Entrambi stanno bene, ma manca un pezzo fondamentale: l’identità legale del neonato.

Il “sacrificio” per il cognome del padre

La verità emerge durante il colloquio con i militari. Il compagno della donna, un trentatreenne, è attualmente detenuto nel carcere di Secondigliano. Poiché la coppia non è sposata, la legge italiana prevede che per il riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio sia necessaria la presenza di entrambi i genitori (o una procedura specifica tramite autorizzazione magistratuale che la donna non ha attivato).

Convinta che il tempo non fosse un problema e mossa dal desiderio che il figlio portasse fin dal primo giorno il cognome del padre, la donna aveva deciso di ignorare i termini di legge (10 giorni per la dichiarazione in Comune o 3 in clinica).

Il piano era semplice: aspettare il 27 marzo, data di scarcerazione dell’uomo, per andare insieme all’ufficio anagrafe.

Le conseguenze legali: la soppressione di stato

Nonostante la natura apparentemente “romantica” del gesto, la legge non ammette sospensioni del diritto all’identità di un minore. I Carabinieri hanno dovuto procedere d’ufficio: la donna è stata denunciata per soppressione di stato, un reato che tutela il diritto del neonato a veder accertato ufficialmente il proprio status sociale e familiare.

La situazione è ora in via di risoluzione assistita: il piccolo otterrà finalmente i documenti necessari, il cognome del papà e, come da tradizione, probabilmente anche il nome del nonno. Ma per lo Stato, quel mese di “clandestinità” non potrà restare impunito.

Il peso di un cognome e il vuoto dello Stato

Il caso della trentottenne di Massa di Somma ci pone di fronte a un corto circuito tra sentimento arcaico e dovere civico. Da un lato, c’è una madre che nel silenzio di un appartamento a San Giovanni a Teduccio “congela” l’esistenza legale del proprio figlio in attesa che il padre varchi i cancelli di Secondigliano. Dall’altro, c’è un ordinamento giuridico che non ammette sospensioni: un bambino che non viene dichiarato, per lo Stato, semplicemente non esiste.

La “soppressione” per amore

L’ipotesi di reato, la soppressione di stato (art. 566 c.p.), suona terribile, quasi violenta. Eppure, in questo contesto, la “violenza” è solo burocratica. La donna non voleva far sparire il bambino, voleva “farlo apparire” nel modo che riteneva più onorevole: con il cognome del padre. È un retaggio culturale profondo, dove il riconoscimento paterno non è solo un atto amministrativo, ma un rito di legittimazione sociale e familiare che supera persino l’obbligo verso le istituzioni.

Quando la burocrazia ignora il cuore (e viceversa)

La vicenda evidenzia una frattura: la mancata conoscenza delle procedure (come il riconoscimento tramite autorizzazione magistratuale o delega) si scontra con una fiducia ingenua nel “tempo che c’è ancora”. Non si può essere “fantasmi” per un mese in attesa di un brindisi di scarcerazione.

Se il romanticismo della donna commuove per la dedizione al compagno, la fermezza dei Carabinieri ricorda che il diritto all’identità è un bene indisponibile: appartiene al bambino, non ai desideri dei genitori. Il piccolo avrà il nome del nonno e il cognome del papà, ma la sua prima “impronta” nel mondo resterà, purtroppo, legata a un fascicolo giudiziario.

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Fonte REDAZIONE
Rosaria Federico

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