Napoli, la madre del piccolo Domenico: «Nessun bambino deve soffrire come lui»

Dopo la morte del bimbo di due anni, Patrizia Mercolino avvia la costituzione di una fondazione a suo nome: obiettivo prevenire casi di malasanità e favorire i trapianti pediatrici. «Ora voglio solo la verità». La nascita della fondazione in memoria del bimbo
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Napoli— Evitare nuovi casi di malasanità e agevolare i trapianti pediatrici: sono questi gli obiettivi della fondazione che porterà il nome di Domenico Caliendo, il bambino di due anni morto all’Ospedale Monaldi dopo un trapianto di cuore rivelatosi fatale.

La madre, Patrizia Mercolino, si è recata dal notaio accompagnata dal legale Francesco Petruzzi per avviare l’iter costitutivo. «Vedremo meglio come utilizzare questa fondazione — ha spiegato — ma non dobbiamo dimenticare che mio figlio aveva bisogno di un trapianto. Non dovrà succedere più a nessun bambino e a nessuna famiglia di soffrire come abbiamo sofferto noi».

Il trapianto e la morte del piccolo

Il piccolo Domenico era stato sottoposto a trapianto cardiaco il 23 dicembre 2025 con un organo successivamente risultato danneggiato. Dopo settimane di ricovero, il bambino è morto la scorsa domenica mattina nel nosocomio napoletano, vicenda che ha sollevato interrogativi e polemiche sulla gestione del percorso trapiantologico.

«È il momento della giustizia»

Prima di entrare nello studio notarile, la madre ha ribadito la volontà di fare piena luce sull’accaduto: «È arrivato il momento della giustizia. Chiedo e voglio la verità, solo e assolutamente. Scopriremo tutto: so che la giustizia e le autorità faranno il loro lavoro».
Il dolore personale resta al centro delle sue parole: «La cosa che mi ha fatto più male è stato perdere mio figlio. Dell’ospedale oggi non voglio dire niente: penso che tutto quello che c’è fuori parli da sé».

Obiettivi: sicurezza sanitaria e donazioni

La futura fondazione, nelle intenzioni della famiglia, dovrà contribuire a prevenire errori sanitari e a promuovere la cultura della donazione e dei trapianti pediatrici, affinché — come ripete la madre — «nessun altro bambino e nessun’altra famiglia debbano vivere quello che abbiamo vissuto noi».

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