Al pronto soccorso si entrava senza passare dal triage. Bastava fermarsi prima al bar, incontrare l’uomo giusto e la corsia diventava scorciatoia. Il referto arrivava già scritto, la diagnosi concordata, la pratica assicurativa avviata. Se serviva un medico, si telefonava direttamente: niente ticket, niente lista, niente attese.
Per anni — racconta il collaboratore di giustizia Pasquale Orefice — l’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli è stato per il clan Contini molto più di una struttura sanitaria: una base logistica, un bacino di consenso, un centro servizi per affari e coperture.
«L’ospedale San Giovanni Bosco è un gran casino. Loro del clan entrano dappertutto là», mette a verbale. «Chiunque del clan ha bisogno, là ottiene quello che vuole».
Le sue dichiarazioni, rese tra il 2018 e il 2020, tracciano un quadro di infiltrazione sistemica: gestione del parcheggio e dei servizi, assunzioni pilotate, medici compiacenti, falsi sinistri, riunioni di camorra nei locali ospedalieri. Un ecosistema criminale incardinato in un presidio pubblico.
Il parcheggio: dal controllo abusivo all’appalto controllato
La prima cerniera tra clan e ospedale è il parcheggio. Per anni — racconta Orefice — l’area antistante la struttura è stata dominio di famiglie contigue ai Contini.
«I parcheggiatori abusivi erano tutti di una famiglia: i Del Prete e i Giglio, imparentati tra loro», dichiara. «Uno loro zio stava con noi del clan, affiliato da anni, prendeva la mesata. Avevano campo libero perché per favorire il clan nessuno si opponeva».
Quando arriva la gestione formale, il sistema si adatta senza perdere il controllo: «È arrivata una ditta con l’appalto del parcheggio dell’ospedale e anche quelli della Ferrovia. Ma ha assunto tutti i membri di queste famiglie. Da abusivi sono stati legalizzati. Le ditte hanno sì l’appalto, ma poi hanno l’obbligo di assumere quelli che appartengono ai Contini».
Un passaggio che, nella logica dell’organizzazione, consente di mantenere presidio e rendita: «Non so se la ditta sia anche legata ai Contini come quote», aggiunge, «ma certo ha assunto persone legate al clan».
Il bar come anticamera del pronto soccorso
Nel racconto del pentito emerge una prassi consolidata: prima di entrare in corsia si passa dal bar, luogo di contatto con la rete dei mediatori.
«Mio fratello cadde dal furgone e andò al San Giovanni Bosco col polso slogato», riferisce. «Passò per il bar, come sappiamo conviene sempre fare perché così non aspetti e ottieni quello che vuoi».
Lì avviene l’aggancio: «Incontrò Cioccotiello De Rosa che lo accompagnò al pronto soccorso. L’altro fratello si prese il referto e fece la pratica risultando falsamente incidente stradale».
Un episodio che, per l’accusa, mostra la filiera: bar–contatto–medico–referto–truffa. «Quando deve tornare in ospedale», aggiunge Orefice, «deve ricordare sempre questa versione».
Il “condominio” dei falsi sinistri
Il cuore economico del sistema è il mercato delle truffe assicurative, alimentato da certificazioni sanitarie compiacenti.
«Questi soggetti organizzano le truffe con l’appoggio dei medici di vari ospedali, Frattamaggiore, Don Bosco», dichiara. «Per noi sono come un carosello: quando siamo senza soldi andiamo da loro. Li chiamo il condominio».
Il meccanismo è stabile: lesioni vere o simulate trasformate in incidenti stradali con referti concordati. «Oggi il clan pretende mille euro al mese da ognuno di quelli che organizza le truffe».
Tra i nomi cita «uno detto Maradona» e i De Rosa: «Gestiscono i sinistri falsi e si servono dei medici del San Giovanni Bosco che gli fanno i referti che servono. Questi medici sono pagati dall’organizzazione».
E ammette: «Personalmente dall’ospedale ho avuto favori, sempre tramite i De Rosa: visite senza prenotazione, senza attesa e senza ticket; anche certificati o referti falsi, almeno due volte».
Medici e primari: la sanità parallela del clan
Le dichiarazioni descrivono una rete sanitaria parallela, disponibile per affiliati e familiari.
«De Feo ha nella rubrica i nomi dei medici del San Giovanni Bosco», afferma Orefice. «Se lui o altri di noi hanno necessità si chiama e si va direttamente senza nessuna lista. Si fanno falsi certificati e falsi referti per qualsiasi necessità. Noi del clan non paghiamo neanche il ticket».
Il pentito insiste su un punto: «I medici non sono minacciati. Non subiscono, ma ci guadagnano. Si sono perfettamente inseriti nella situazione criminale del quartiere».
Racconta anche un intervento extra-corsia: «Mia moglie aveva problemi dopo un intervento. Alfredo chiamò un primario importante del San Giovanni Bosco. Venne a fare visita privata in clinica, senza essere pagato».
Il pronto soccorso come ufficio del clan
Secondo Orefice, l’ospedale era anche luogo di riunioni e gestione operativa.
«Botta Carmine è il referente del clan per il San Giovanni Bosco», dichiara. «Il clan dispone di locali, in genere depositi, dove si effettuano riunioni di camorra e summit con altri sodalizi. Ho partecipato personalmente».
Il presidio era stabile: «Quando volevo parlare con Carmine Botta andavo proprio al pronto soccorso, dove stazionava con i camorristi suoi uomini».
La disponibilità degli spazi sarebbe stata garantita da personale interno e ditte: «Con la complicità del personale della ditta di pulizia e di vigilanza, intestate a prestanomi riconducibili al clan, e grazie alla connivenza di medici e infermieri».
Assunzioni e servizi: il lavoro dato dal clan
L’infiltrazione si estendeva ai servizi interni e all’occupazione.
«Il bar e il ristorante dell’ospedale sono gestiti da parenti di Alfredo De Feo», racconta.
«All’ospedale, in vari ruoli, lavorano parenti di affiliati o affiliati stessi».
E sulle ditte: «Nella ditta di pulizie lavora gente del quartiere e i nipoti del Patrizio. Il posto di lavoro glielo ha dato il clan. Chi non è parente deve anche pagare».
Un sistema che consolida consenso e presenza: «Molti affiliati e parenti hanno lavorato o lavorano presso il San Giovanni Bosco».
Il controllo finale: la tassa sui sinistri
Il passaggio decisivo è l’assorbimento del business dei falsi incidenti da parte del clan.
«Maradona e l’altro De Rosa erano in qualche modo autonomi», spiega Orefice. «Poi nacquero discussioni sui sinistri e si andavano a lamentare con Alfredo. A quel punto De Feo, per conto del clan, ha messo le mani anche su questo mercato. Oggi gli organizzatori pagano una quota al clan».
Un presidio “protetto”
Nelle parole del collaboratore emerge la centralità strategica dell’ospedale.
«Quando dico che i grandi non vogliono che si tocchi l’ospedale», mette a verbale, «intendo che è considerato un luogo importante per il clan. È un luogo protetto, che gli serve».
E la sintesi finale: «L’ospedale San Giovanni Bosco è un gran casino. Succede di tutto. Chiunque del clan ha bisogno, là ottiene quello che vuole».
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