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Santa Maria Capua Vetere, l’agente confessa in aula: «Ho picchiato i detenuti, punitemi»

È il primo imputato ad ammettere la "mano pesante" nel maxi-processo sulla mattanza del 2020. Chiamati in causa i superiori: «L'ordine era di metterli in ginocchio e colpire. Ci rassicurarono: "La Commissaria ha garantito che le telecamere sono spente"»
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Caserta – Non cerca sconti, né attenuanti, sebbene il suo racconto apra uno squarcio inquietante sulla catena di comando di quel “maledetto” 6 aprile 2020. Michele Vinciguerra, ex agente penitenziario oggi imputato nel maxi-processo sulle violenze al carcere “Francesco Uccella”, è il primo dei 105 alla sbarra ad ammettere, senza giri di parole, l’uso illegittimo della forza.

“Mi vergogno delle mie azioni”

Vinciguerra, che all’epoca dei fatti finì agli arresti ma scelse la via del silenzio davanti al Gip, ha deciso di liberarsi del peso oggi, venerdì 23 gennaio 2026. «All’epoca ero confuso e sotto shock – ha spiegato alla Corte – ma mi ero ripromesso che avrei detto le cose come sono avvenute».

E le parole sono pietre: «Ho messo in atto azioni di contenimento brutte e azioni di attacco pessime. Non voglio giustificarmi».

L’ammissione stride con la linea difensiva tenuta finora dalla quasi totalità degli imputati, nonostante le immagini delle telecamere di sorveglianza abbiano mostrato al mondo i corridoi del reparto Nilo trasformati in un tunnel di colpi e umiliazioni per i detenuti che avevano protestato per la paura del Covid.

Gli ordini dall’alto: “Manganellateli”

Ma la confessione di Vinciguerra non si ferma all’autoaccusa. L’ex agente ricostruisce la dinamica della spedizione punitiva, chiamando in causa i vertici operativi di quel giorno. Richiamato in servizio d’urgenza tramite chat dal comandante Manganelli, Vinciguerra viene equipaggiato di casco e scudo e inserito nel “Gruppo di Supporto”, composto in gran parte da agenti provenienti da Secondigliano e altri istituti.

«Rispondevamo solo ai nostri capi, non agli ufficiali di Santa Maria», precisa. Ed è qui che spunta il nome di Paone, uno dei comandanti del Gruppo di Supporto (imputato in un filone parallelo). Secondo Vinciguerra, l’ordine impartito fu perentorio: i detenuti dovevano essere portati nelle salette di socialità, messi in ginocchio, faccia al muro e mani sulla nuca. «Ci disse: “Se disattendono gli ordini, dovete manganellarli”. Fu un ordine preciso».

Il giallo delle telecamere

Il passaggio più drammatico della deposizione riguarda la presunta garanzia di impunità. Vinciguerra riferisce una frase che, se confermata, dimostrerebbe la totale consapevolezza dell’illiceità dell’operazione. «Paone ci rassicurò di procedere tranquillamente – racconta l’imputato – disse: “La Commissaria Costanzo ha garantito che le telecamere di sorveglianza interne sono spente”».

Una rivelazione che ha fatto saltare sulla sedia il pm Daniela Pannone: «Lei sta rivelando circostanze molto forti oggi per la prima volta», ha commentato il magistrato.

Le percosse e gli schiaffi ai colleghi

L’orrore prosegue nel racconto della “socialità” della terza sezione Nilo. I detenuti, in ginocchio, parlavano e si lamentavano. «Li colpii. Ho eseguito degli ordini con grande mortificazione», ammette Vinciguerra.

Incalzato dal pm Alessandro Milita sul perché avesse obbedito a direttive così palesemente violente, l’ex agente ha parlato di un adeguamento al «modus operandi del Gruppo di Supporto». Un clima di intimidazione che non risparmiava nemmeno i colleghi meno “zelanti”.

Vinciguerra racconta di essere rimasto solo a un certo punto e di aver allentato la presa sui reclusi: «Ricevetti due schiaffi da Paone. Mi disse: “Lo vedi che stanno parlando? Cosa ti ho detto? Li devi manganellare”».

«Ho ecceduto, ho percosso con forza ma involontariamente», conclude l’uomo, incapace di quantificare le vittime della sua furia. Una furia che oggi, a distanza di sei anni, si è trasformata in vergogna pubblica.


Fonte REDAZIONE
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