Napoli – Sabatino Santangelo, ex vicesindaco di Napoli con l’amministrazione Rosa Russo Iervolino, si è tolto la vita lunedì mattina nella sua abitazione partenopea. A un giorno dalla tragedia, la figlia Mariella ricostruisce il dramma in un’intervista a Repubblica Napoli: “Mio padre è rimasto profondamente segnato da un’accusa che considerava ingiusta. Dopo quella vicenda, niente è stato più come prima”.
La donna esclude collegamenti diretti con gli ultimi sviluppi giudiziari. Il riferimento è all’inchiesta sulla bonifica di Bagnoli, che ha travolto Santangelo in un calvario durato 17 anni: sei processi, l’ultimo dei quali – un nuovo giudizio – era fissato per il 6 marzo.
“Non c’è alcun legame con quanto successo – precisa Mariella –. Mio padre amava Napoli, ne ha ricevuto soddisfazioni, ma anche troppi dolori. Era provato, stanco dopo una brutta influenza. Nelle ultime settimane si sentiva abbattuto, ma fino all’ultimo era quello di sempre”.
Il gesto estremo di Santangelo riaccende i riflettori su un dramma personale intrecciato a una pagina controversa della storia amministrativa napoletana. La bonifica di Bagnoli, area simbolo di degrado e speculazioni, ha generato anni di indagini su presunti illeciti urbanistici e ambientali, con imputati eccellenti finiti sotto processo in più gradi di giudizio.
La lungaggine dei processi: un’emergenza italiana
Le parole della figlia aprono una riflessione amara sul sistema giudiziario italiano, dove procedimenti che si trascinano per lustri minano la vita degli imputati. Diciassette anni sotto accusa, con sei procedimenti per la stessa vicenda: un calvario che, prescindendo da colpe o innocenze, lascia ferite insanabili.
Casi come questo – non isolati nel Paese – alimentano il dibattito su riforme urgenti per accelerare i tempi della giustizia, evitando che l’attesa diventi una pena peggiore della sentenza.
Fonte REDAZIONE





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