Napoli – Una frase pronunciata con leggerezza, ma capace di lasciare ferite profonde. «Se ha la taglia 48, se le piace mangiare, non è colpa nostra». È quanto si è sentita rispondere una donna napoletana dopo aver contattato telefonicamente un negozio per chiedere informazioni sulla disponibilità di un cappotto visto online.
Una risposta che, secondo la cliente, travalica la semplice scortesia commerciale e sconfina in un vero e proprio episodio di body shaming, tanto da spingerla a rivolgersi agli avvocati Angelo e Sergio Pisani per chiedere giustizia.
L’episodio risale al 13 gennaio scorso. Dopo aver individuato sul web il capo d’abbigliamento di suo interesse, la donna ha telefonato al punto vendita per sapere se fosse disponibile la taglia 48. Alla risposta negativa, sarebbe seguita la frase ritenuta offensiva, che ha trasformato una normale richiesta in un momento di umiliazione personale.
«Tacere davanti a parole del genere significa diventare complici di una maleducazione dilagante, che talvolta sfocia in vere e proprie bestialità», ha dichiarato la donna. «Il mio non è coraggio, ma dolore. Dolore fatto di lacrime e mortificazione».
Attraverso i suoi legali, la cliente chiede ora scuse formali da parte della direzione del negozio e un risarcimento per i danni morali subiti, ritenendo che l’episodio abbia leso la sua dignità personale.
Body shaming: un fenomeno ancora sottovalutato
Il caso riaccende i riflettori su un fenomeno tanto diffuso quanto spesso minimizzato: il body shaming. Commenti sul peso, sulle forme fisiche o sull’aspetto corporeo, pronunciati in modo diretto o mascherati da ironia, che finiscono per colpire l’identità e l’autostima delle persone.
Episodi che non si consumano solo sui social network, ma anche nella vita quotidiana, nei luoghi di lavoro, nei rapporti commerciali e, come in questo caso, nei contatti tra clienti ed esercenti.
Secondo esperti e associazioni per la tutela dei diritti civili, il body shaming non è una semplice mancanza di educazione: può avere conseguenze psicologiche rilevanti, alimentando ansia, senso di inadeguatezza e isolamento sociale. Quando avviene in contesti pubblici o professionali, assume inoltre una valenza discriminatoria che può rilevare anche sul piano giuridico.
Dignità prima di tutto
La vicenda napoletana diventa così emblematica di una battaglia più ampia: quella per il rispetto della persona, a prescindere da taglie, misure o standard estetici imposti. Una battaglia che passa anche attraverso la denuncia e la richiesta di responsabilità, affinché certe frasi non vengano più archiviate come “battute infelici”, ma riconosciute per quello che sono: offese che colpiscono la dignità umana.
Un segnale, questo, che potrebbe contribuire a rompere il silenzio su un fenomeno ancora troppo tollerato e a riaffermare un principio semplice ma fondamentale: il rispetto non è un optional, neppure dietro un bancone.
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- Articolo modificato il giorno 24/01/2026 ore 17:25 - Correzione errore battitura articolo
Fonte REDAZIONE






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