

Nella foto Teresa Martone, il figlio Pasquale D'Alessandro e Michele D'Alessandro jr
La Corte d’Appello di Napoli ha deciso sullo stralcio del processo “Tsunami”, scaturito dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia sugli affari della cosca di Scanzano nel periodo compreso tra il 2005 e il 2010.
Per questo segmento del procedimento, i giudici hanno confermato in larga parte l’impianto del primo grado (sentenza 2020): condannati Nunzio Bellarosa a 7 anni di reclusione e Antonio Lucchese a 5 anni e 10 mesi.
Sul fronte clan, invece, sono arrivati i verdetti assolutori: scagionati invece Teresa Martone (difesa dagli avvocati Gennaro Somma e Renato D’Antuono), vedova del padrino Michele D’Alessandro, il figlio Pasquale D’Alessandro e il cugino Michele D’Alessandro, figlio di Luigi D’Alessandro detto Gigginiello
In requisitoria, la Procura generale aveva chiesto pene pesanti: 12 anni per Michele D’Alessandro (figlio di Luigi, detto “Gigginiello”), 6 anni per Pasquale D’Alessandro e 3 anni per Teresa Martone; 10 anni per Bellarosa e 12 anni per Lucchese.
La linea accusatoria, però, non ha superato il vaglio dei giudici per quanto riguarda le posizioni dei D’Alessandro e di Martone: già in primo grado erano state pronunciate assoluzioni, e anche in Appello quelle contestazioni non hanno retto.
L’inchiesta aveva ricostruito un presunto sistema estorsivo capace di incidere sia sui lavori pubblici sia su attività economiche e cantieri privati. Secondo la ricostruzione investigativa, agli imprenditori sarebbe stato imposto il versamento di una quota pari al 5% del valore degli appalti, come prezzo da pagare alla cosca per “lavorare tranquilli”.
Per sostenere l’impianto accusatorio, gli investigatori avevano fatto leva su intercettazioni telefoniche e ambientali, ritenute utili a definire ruoli e rapporti tra imprenditori e presunti referenti del gruppo.