Cronaca di Napoli

Napoli, calciatore accoltellato a Chiaia: il branco partito dall'Arenaccia

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Napoli - Cinque ragazzi contro uno, tutti minorenni, tutti provenienti dallo stesso quartiere. l'Arenaccia. È questa la cornice dell’aggressione che nella notte tra venerdì e sabato ha ridotto in fin di vita Bruno Petrone, 18 anni, giovane calciatore dell’Angri, colpito con due coltellate nel cuore della movida di Chiaia.

A meno di ventiquattr’ore dal raid la svolta: i presunti aggressori si sono costituiti. Uno di loro, appena 15 anni, ha confessato: "Sono stato io ad accoltellarlo".

Il raid nella notte della movida

La scena si consuma in via Bisignano, nella zona dei Baretti, ancora affollata nonostante l’ora. Due scooter arrivano a tutta velocità, cinque ragazzi scendono, a volto scoperto. Si dirigono verso Bruno Petrone, lo accerchiano, urlano qualcosa. Poi uno di loro estrae un coltello e colpisce.

Prima al fianco sinistro, poi al ventre. Due fendenti profondi, micidiali. Il giovane crolla a terra, perde molto sangue. Attorno è il panico: clienti e passanti fuggono, qualcuno urla, altri chiamano i soccorsi. Il branco risale sugli scooter e si dilegua nel nulla.

La corsa in ospedale

All’arrivo dei carabinieri gli aggressori sono già spariti. Bruno viene trasportato d’urgenza all’ospedale San Paolo di Fuorigrotta in codice rosso. Le sue condizioni appaiono subito disperate: viene operato nella notte, i chirurghi sono costretti ad asportargli la milza, devastata da una coltellata. Poi la rianimazione, l’intubazione, la sedazione farmacologica. Solo dopo ore di angoscia arrivano i primi, timidi segnali di miglioramento.

Le indagini e le telecamere

Le indagini, affidate ai carabinieri della stazione di Chiaia e al nucleo operativo, scattano immediatamente. Fondamentali le immagini delle telecamere di videosorveglianza pubbliche e private, che riprendono parte della scena e soprattutto la fuga degli aggressori. Un lavoro rapido, incrociato, che consente di risalire ai mezzi utilizzati e all’area di provenienza del gruppo.

La svolta: si costituiscono in cinque

La svolta arriva il giorno dopo. Cinque minorenni, tutti residenti all’Arenaccia e frequentatori di piazza De Marco – la stessa zona del giovane ferito – si presentano in caserma accompagnati dai loro avvocati.

Sono tutti sotto i 18 anni. Davanti ai carabinieri e poi al magistrato della Procura per i minorenni di Napoli, uno di loro, 15 anni, confessa: "Sono stato io ad accoltellare Bruno Petrone". Gli altri ammettono di essere parte del gruppo.

Il nodo del movente

Resta ora da chiarire il perché. Un motivo ancora oscuro, forse banale, forse nato da uno sguardo, una parola di troppo, una rivalità mai sopita. Bruno Petrone non è ancora in grado di parlare: è sedato, non può raccontare cosa abbia scatenato quella violenza improvvisa. A farlo dovranno essere i presunti aggressori.

Quel che è certo è che la vittima è un ragazzo incensurato, estraneo a contesti criminali, una giovane promessa del calcio dilettantistico, originario di Gaeta ma residente da tempo all’Arenaccia.

Sgomento e rabbia

Dolore e incredulità tra i familiari, tra gli amici, tra i compagni di squadra. La madre è distrutta, il quartiere sotto choc. Ancora una volta Napoli si ritrova a fare i conti con una violenza giovanile feroce, improvvisa, sproporzionata, che esplode anche lontano dai tradizionali confini del degrado.

Napoli e la spirale della violenza giovanile

Il caso Petrone non è un episodio isolato. È l’ennesimo tassello di un mosaico inquietante che ha segnato il 2025: un anno in cui la violenza tra giovanissimi ha mostrato un salto di qualità, per brutalità e assenza di freni.

Tra i casi più eclatanti dell’anno che si chiude:

Aggressioni di gruppo nella movida, tra centro storico, Vomero e Chiaia, spesso per futili motivi e con l’uso di coltelli.

Accoltellamenti tra minorenni nei quartieri popolari, dall’area nord al centro cittadino, con dinamiche sempre più simili a spedizioni punitive.

Risse degenerare in tentati omicidi, anche davanti a scuole, stazioni della metro, piazze frequentate da famiglie.

Baby gang armate, capaci di muoversi in branco, col volto scoperto, senza timore delle telecamere né delle conseguenze.

È una violenza che non nasce solo dalla criminalità organizzata, ma da un vuoto educativo profondo, da un’idea distorta di forza e di rispetto, da una cultura dello scontro che attecchisce presto, troppo presto. Ragazzi di 14, 15, 16 anni che impugnano coltelli come fossero status symbol, che agiscono in gruppo per sentirsi invincibili, salvo poi crollare davanti alla realtà di una confessione in caserma.

Napoli, come altre grandi città, è davanti a un bivio: reprimere non basta, ma senza controllo e presenza dello Stato la deriva è inevitabile. Il sangue versato da Bruno Petrone, salvato per miracolo, è un monito che non può essere archiviato come l’ennesima notizia di cronaca. Perché la prossima volta, la fortuna potrebbe non intervenire.

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Fonte REDAZIONE

Leggi i commenti

  • La situazion a Napoli è davvero preoccupante, specialmente tra i giovanni. È triste vedere che un episodio cosi violento accade in una zona frequentata. Bisognerebbe trovare soluzioni concrete per fermare questa spirale di violenza.

    • È ver che la violenza tra giovanni sta aumentando e l'episodio di Bruno Petrone ne è la prova. Speriamo che le autorità prendano misure serie per prevenire futuri incidenti simili.

    • Non capisco perchè i ragazzi sentono il bisogno di usare violenza in questo modo, ci sono altri modi per risolvere conflitti. La comunità deve unirsi per affrontare questi problemi e proteggere i giovani.

Pubblicato da
Rosaria Federico