Avellino – Con uno smartphone nascosto in cella, avrebbe tormentato la vedova dell’uomo che aveva ucciso. È l’inquietante risvolto emerso dalle perquisizioni effettuate dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Avellino nel carcere “Antimo Graziano”.
L’operazione, disposta dalla Procura irpina, coinvolge 18 persone accusate di aver usato illegalmente telefoni e SIM all’interno dell’istituto penitenziario.
L’indagine, avviata a febbraio 2025, mira a smantellare una rete di comunicazioni clandestine che permetteva a diversi detenuti di mantenere contatti con l’esterno, navigare sul web e frequentare i social network.
Dalle celle, attraverso apparecchi non autorizzati, alcuni riuscivano a gestire profili online, inviare messaggi e perfino minacciare conoscenti e familiari delle vittime.
Gli investigatori hanno eseguito il sequestro di dispositivi elettronici e SIM intestate a nomi fittizi o a persone inesistenti in Italia. L’analisi dei tabulati telefonici e dei rapporti digitali ha delineato un vero e proprio sistema parallelo di comunicazione, soprannominato “connected cell”. I profili social alimentati dai detenuti contenevano anche immagini e post di rilevanza investigativa.
Tra i casi più gravi, quello di un uomo condannato per omicidio che, pur dietro le sbarre, avrebbe continuato a perseguitare la moglie della sua vittima, con messaggi e chiamate carichi di odio. Per lui l’accusa si aggrava: oltre all’uso illecito di dispositivi di comunicazione, ora dovrà rispondere di atti persecutori.
L’operazione congiunta dei Carabinieri e della Polizia Penitenziaria, estesa alle celle ancora occupate dagli indagati, punta a mettere fine a un fenomeno sempre più diffuso nel sistema carcerario italiano: la comunicazione occulta, che trasforma le prigioni in centri di attività criminali con connessioni invisibili ma efficaci.
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