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La morte dell’uomo bendato, per la Procura è suicidio

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Trieste, la città dei suicidi eccellenti. Impossibile non associare un presunto suicidio dalle modalità molto particolari come quello dell’uomo trovato impiccato ieri, all’ ancora più complesso caso di Liliana Resinovich, inizialmente classificato come suicidio, tesi poi infrantasi contro il muro di approfondimenti richiesti dal Gip del Tribunale.

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Intanto, sul primo caso, dopo una domenica frenetica e di rimbalzi di notizie, la Procura ha diffuso una nota in cui chiarisce che gli elementi emersi finora non sono “in alcun modo” indicativi di un “decesso dovuto all’opera di terzi”.

Il comunicato di Foro Ulpiano, tuttavia, non pregiudica o limita le investigazioni. Il Procuratore, Antonio De Nicolo, segnala che le indagini, condotte dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri con il coordinamento della Procura stessa, mirano a ricostruire con precisione la dinamica del decesso. Vale a dire che “al momento è prematura qualunque ipotesi”.

La vicenda ha ancora molti aspetti da chiarire, alcuni dei quali potrebbero essere descritti in modo più dettagliato dopo due tappe dell’inchiesta: l’esito degli esami autoptici – che non sarebbero stati ancora incaricati dalla pm, Maddalena Chergia – e la visione dei filmati delle telecamere di sorveglianza installate lungo la Grande viabilità triestina (Gvt) dove è stato trovato il corpo.

Gli investigatori hanno acquisito i filmati, a breve comincerà il lavoro meticoloso di visione. Se la morte dell’uomo risale a 36-48 ore prima di ieri mattina), come appurato dal medico legale, bisognerà tornare indietro di una settimana circa.

Sul corpo sono state trovati vari fogli, carte, appunti e un certificato rilasciato dalla Donk-Humanitarian Medicine del 10 settembre scorso, che diagnosticava una “sindrome ansiosa depressiva” e prescriveva la necessità di una visita psichiatrica.

Una condizione psicologica che, secondo alcuni medici che hanno familiarità con il fenomeno migratorio, sarebbe molto comune nei migranti, viste le orribili esperienze che spesso hanno vissuto.

Dunque una condizione che non farebbe pendere né da un lato né dall’altro la bilancia della ipotesi; così come quella che l’uomo fosse una persona senza fissa dimora. Si stringe invece il cerchio intorno all’identità: la vittima sarebbe un cittadino iraniano, B.K., nato a Teheran nel 1968, a Trieste da qualche mese. I canali di cooperazione internazionale potranno stabilirlo in modo definitivo.

Altri fogli trovatigli addosso riguardavano la prenotazione per il consumo dei pasti alla mensa Caritas di Trieste fino al 30 settembre e una denuncia di smarrimento dei documenti, cioè permesso di soggiorno e carta di identità rilasciati dalle autorità belghe e del passaporto della Repubblica islamica dell’Iran.

Certo è invece, secondo investigatori e Procura, il fatto che sul corpo non sia stato notato alcun segno di tortura né di violenza, e nemmeno bruciature, lesioni da taglio o traumi. Piuttosto, “lesioni post mortem, conseguenti ai fisiologici fenomeni putrefattivi che hanno interessato il cadavere”.

Insomma, i “segni tipici dell’impiccamento”. Fino a stamani, comunque, in Procura non era ancora giunta la comunicazione di notizia di reato. Rassicurante è stato il sindaco, Roberto Dipiazza che, in “attesa del responso dei carabinieri” è convinto che “assolutamente Trieste non sia una città insicura”. “Non credo che” quanto avvenuto, “abbia spaventato tutti. Ci dispiace tantissimo per la persona che è deceduta però non credo che effettivamente incida sulla mia città. Sono cose che succedono nel mondo”.


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