Camorra, il Pg: “Napoli controllata da soli 2 clan”

Il procuratore generale di Napoli, #LuigiRiello analizza il fenomeno camorra all’apertura dell’anno giudiziario: “Città controllata dall’#AlleanzadiSecondigliano e dai #Mazzarella”

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“Le indagini mostrano una realtà diversa da quella della vulgata mediatica della polverizzazione delle strutture camorristiche: l’intera area metropolitana è controllata da due cartelli mafiosi, quello dell’Alleanza di Secondigliano e quello che fa capo alla famiglia Mazzarella. Il primo soprattutto è, per dimensioni e pericolosità, l’obiettivo prioritario dell’azione di contrasto della Dda”.

Lo ha detto il procuratore generale di Napoli, Luigi Riello, nel suo intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2022 a Castel Capuano. Citando l’analisi del fenomeno camorristico del procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, Riello ha sottolineato “la dimensione affaristico-imprenditoriale della criminalità organizzata che coesiste con quella violenta della contrapposizione di bande che si disputano il mercato della droga e il racket. Tale dimensione imprenditoriale della camorra è sempre più marcata, al punto che si può parlare di cartelli mafiosi con figure imprenditoriali al vertice; non è spesso appropriato parlare di commistioni, ma di un salto qualitativo che vede le cosche gestire affari in prima persona, entrare nel mondo politico, economico e finanziario con proprie figure, senza dover cercare alleanze e senza fare sovente ricorso ai metodi parassitari che hanno, per contro, caratterizzato l’azione criminale dei passati decenni”.

RIELLO: ‘MASSIMO ALLARME PER ASSALTO ALLA DILIGENZA DELLA CAMORRA’ 

“Siamo non da oggi in massimo allarme per il prevedibile ‘assalto alla diligenza’ dei fondi del Pnrr da parte della camorra”. Ha detto ancora Riello. “Già lo scorso anno – ha ricordato  – avevamo rilevato che molti erano stati i fallimenti, le chiusure di attività commerciali, le sospette cessioni di aziende, che l’incremento dei prestiti usurari è una triste realtà, in gran parte sommersa. Anche quest’anno, vale purtroppo, lo stesso discorso. Dobbiamo essere pronti e non farci cogliere alla sprovvista, come avvenne nel post terremoto del 1980″.

L’auspicio espresso da Riello “in sintonia con il procuratore Melillo” è quello che “l’intervento giudiziario, compreso quello del procuratore europeo, sempre più colpisca adeguatamente e tempestivamente sul nascere la fame di arricchimento della camorra. Un’opportuna concentrazione distrettuale delle indagini per la protezione dei finanziamenti del Pnrr consentirebbe la semplificazione e la razionalizzazione dell’intervento repressivo, altrimenti esposto al rischio di polverizzazione tra le varie Procure”.

RIELLO ‘CHIESA NEGHI I SACRAMENTI AI CAMORRISTI’ 

 “Tagliare i fili tra la Chiesa e la camorra vuol dire realizzare una deflagrazione, decisamente disorientante. La Chiesa deve dire chiaramente ai camorristi e ai loro insospettabili, ma individuabili sodali: uscite fuori, qui non c’è posto per voi, non potete commettere atrocità in nome di Dio, i vostri soldi non possono entrare nelle casse delle parrocchie perché grondano sangue e sofferenze: Non permetta loro di avvicinarsi ai sacramenti”. E’ l’auspicio del procuratore generale.

“Fine del silenzio, di ogni ambiguità, di ogni condiscendenza – ha chiesto Riello – porte aperte solo a chi si pente sul serio. Via i don Abbondio, sì ai cardinal Federigo, porte aperte agli ‘innominati’ macerati dal pentimento, quello vero, non quello ‘mercantile’ che si consuma, pur in modo necessitato, nelle aule di Giustizia. Armi, sangue, droga, corruzione non possono stare insieme al Vangelo, alla Bibbia, ad immagini sacre come nelle case di Provenzano, di Aglieri, di Schiavone, di Setola”.

Secondo Riello “un ponte va rinsaldato con la Chiesa, oggi retta a Napoli dall’arcivescovo Domenico Battaglia, un uomo coraggioso, inequivocabilmente schierato contro la camorra. Don Mimmo, come ama farsi chiamare, dopo trent’anni nei quali nessuno si era accorto di niente, ha fatto rimuovere da una chiesa di Marano tre quadri donati nientemeno che da Lorenzo Nuvoletta, con tanto di targa a ricordarlo.

L’anatema lanciato dall’arcivescovo ai camorristi, il grido di dolore, l’invito alla conversione, che ci ha ricordato le parole pronunciate il 9 maggio 1993 da Giovanni Paolo Il nella Valle dei Templi, ad Agrigento, non si è limitato ad una condanna dei criminali, ma in un’accusa a costoro di ‘uccidere Napoli’, aiutati dall’indifferenza di coloro che si girano dall’altra parte, dalla scarsa attenzione della politica nazionale e locale che ormai pare essersi abituata al sangue versato in terra partenopea, considerandola alla stregua di un Paese in guerra”. 

RIELLO: ‘A NAPOLI SI PUO’ ESSERE BOSS A 18 ANNI’ 

 “Napoli non è tra le prime 50 città più violente al mondo per numero di omicidi, non è la prima in Europa né tanto meno in Italia. Da dove deriva allora la singolarità della situazione dell’ordine pubblico a Napoli? Sicuramente da due dati: il più alto numero di clan presenti nel tessuto urbano e il numero più alto di minorenni in contatto con la criminalità degli adulti.

A Napoli, nella terza città d’Italia, si può essere boss di camorra a 18 anni, si partecipa a delitti efferati tra i 15 e i 18 anni, a 14 anni si è già nel giro della droga e si è pronti per essere assoldati dai clan, a 13 anni si ha già come modello di vita il camorrista del quartiere”.

“L’inserimento di minorenni in contesti devianti, in particolare nella città di Napoli e nei comuni limitrofi – ha aggiunto Riello – diviene purtroppo quasi naturale nel caso di appartenenza del giovane ad una famiglia già dedita ad attività illegali. Si palesa inoltre moltofacile entrare in contatto con gruppi criminali spinti dall’aspirazione a facili guadagni, svolgendo attività estorsive o nel mercato della droga, fungendo, per lo più, da vedetta o da pusher.

In definitiva, il reclutamento di molti, troppi minorenni nelle fila della camorra continua ad attecchire in un contesto sociale in cui indigenza, assenza di cultura e principi morali, dispersione scolastica, disagio sociale consentono agli spregiudicati capi della criminalità organizzata di realizzare quello che abbiamo definito tristemente il welfare della camorra, pronta a dare prospettive a chi non ne ha dallo Stato, troppo spesso latitante, assumendo il pericoloso ruolo di benefattrice dei disperati”.