L'incredibile calvario del 76enne napoletano Pietro Facchin morto il 25 marzo in un centro di riabilitazione di Capodimonte


foto di cronache della campania
A rivolgersi a Studio3A-Valore S.p.A. per chiedere chiarezza e giustizia sono stati i familiari di Pietro Facchin, 76 anni, nato a Napoli ma residente a Viterbo dove, il 3 aprile dello scorso anno, era stato colpito da un’ischemia cerebrale. Non avendo moglie e figli che potessero accudirlo, se n’è fatta carico la sorella Bruna, che abita a Napoli e che, per la riabilitazione necessaria dopo le dimissioni dal nosocomio, aveva ricoverato il fratello presso l’Istituto di Diagnosi e Cura Hermitage a Capodimonte, in modo da potergli stare vicino.
Ma dall’Hermitage viene trasportato dopo poco all’ospedale Cardarelli per un’infezione alle vie urinarie; una volta dimesso, per le cure riabilitative viene condotto a Villa Angela, dove però rimane solo per pochi giorni: lo dimettono senza preavviso perché la clinica era stata convertita in centro Covid, il che co- stringe i parenti a cercare subito un’altra struttura, individuata nella casa di riposo Cocoon di via Scarlatti al Vomero. Qui però l’anziano il 31 gennaio scorso viene colto di nuovo da un ictus e trasportato all’ospedale Cto dei Colli Aminei, da dove, dopo 4 giorni di ricovero in Neurologia, lo trasportano ancora all’Hermitage per la riabilitazione.
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Fino al 20 febbraio la sorella riesce a comunicare con il signor Pietro per telefono ma in seguito i contatti diventano sempre più difficili fino a interrompersi del tutto per l’aggravarsi del suo stato di salute. La struttura dopo varie sollecitazioni minimizza, parlando di condizioni stazionarie, ma la realtà è che il paziente non parla e non mangia più, a quanto riferisce loro un altro degente della struttura che periodicamente risponde al cellulare del settantaseienne.
Il 9 marzo una dottoressa dell’Hermitage spiega ai familiari che il loro caro è risultato positivo al Covid-19 ed è stato collocato in isolamento: sino ad allora tutti i tamponi a cui era stato sottoposto Facchin erano risultati negativi.
Dopo vari tentativi a vuoto i parenti riescono a parlare con una dottoressa dell’Hermitage la quale dice che la situazione si è aggravata e che il paziente sarà trasportato nel più vicino ospedale, senza neppure specificare quale. I familiari sono costretti a contattare il 118 per riuscire a sapere che Pietro è stato condotto al padiglione Covid del Cardarelli: i sanitari che l’hanno prelevato in ambulanza lo avrebbero trovato in stato di prostazione a quanto riferiscono i familiari. Con il suo stato pregresso di salute, la positività per lui è quasi una “sentenza”. Infatti, il 25 marzo si arrende.
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Convinti che il paziente non abbia ricevuto le cure adeguate e certi che abbia contratto il virus nella struttura, dove non poteva ricevere alcuna visita, i familiari della vittima, tramite il consulente legale Vincenzo Carotenuto, si sono affidati a Studio3A- Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nella tutela dei diritti dei cittadini, che ha subito chiesto di acquisire tutta la documentazione clinica per valutarla con i propri esperti. E il 27 marzo è stata presentata una circostanziata denuncia al commissariato di pubblica sicurezza del Vomero con cui si chiede di accertare i tragici fatti e di fare piena luce sulle responsabilità dell’ennesimo decesso da coronavirus evitabile.
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