‘Permessi all’assassino? Ogni volta è come spargere sale sulle ferite’: l’amarezza della figlia di Della Corte

“Ogni volta è come spargere il sale sulle ferite”. Lo scrive Marta Della Corte, figlia di Francesco Della Corte, vigilante ucciso il 13 marzo 2018 all’esterno della stazione Piscinola della metropolitana di Napoli commentando la notizia dei permessi dei quali il neo diciottenne Ciro U., uno dei tre giovani condannati per l’omicidio del padre avrebbe beneficiato, oltre a quello già documentato per festeggiare i suoi 18 anni. “Dove si trova la forza per andare avanti? Noi ci sforziamo ogni giorno – scrive su Facebook Marta Della Corte – la cerchiamo nella nostra famiglia, negli occhi di nostra nonna, la cerchiamo tra i cassetti di mio padre, nei suoi insegnamenti, ma mentre la cerchiamo ci imbattiamo in questo. Ci imbattiamo nelle foto di un killer che festeggia, ci imbattiamo nella notizia che è andato a fare i provini per una squadra di calcio. Allora quel lavoro già tanto difficile lo diventa ancora di più, perché ogni volta è come spargere il sale sulle ferite. Speriamo che tutto ciò resti solo una brutta, bruttissima pagina di questa vicenda, che mio padre possa ritornare a riposare in pace sapendo che almeno giustizia è stata fatta.Senza se e senza ma, per me lui deve scontare 16 anni e mezzo dentro il carcere. Si sostengono sempre di più i diritti dei detenuti, mentre quelli delle vittime e delle famiglie di chi è stato ucciso sono messi sotto i piedi. Non si tratta di riabilitazione del detenuto ma di comportamenti ridicoli: addirittura il calciatore? E’ una follia e non lo posso accettare”, dice. La famiglia di Francesco Della Corte “prova, legittimamente, un dolore molto forte: non potrà mai comprendere la funzione rieducativa della pena” ma “Ciro è un soggetto sul quale si può e si deve investire”. Così l’avvocato Nicola Pomponio, legale del 18enne condannato per l’omicidio del vigilante, risponde a chi contesta la scelta di concedere al giovane un permesso per sostenere un provino di calciatore nell’ambito di un percorso di rieducazione. “Non ha un curriculum penale, – ricorda – non ha mai manifestato una deriva criminale, non ha mai fumato, non ha mai bevuto alcolici. Ha commesso un delitto efferato, è vero ma era un insospettabile. I suoi familiari mai si sarebbero aspettati che potesse compiere simili gesti”. Per l’avvocato Pomponio “la resipiscenza può essere manifestata in vari modi: in maniera plateale, con un lettera di scuse, oppure intraprendendo un percorso che si avvale di educatori e psicologi, grazie al quale, scontata la pena, potrà inserirsi nuovamente nella società”.

La Redazione
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