Casa Borrelli Pompei: le dame di carità in salsa pompeiana

Pompei. Le cosiddette Dame di Carità hanno origini antiche. La loro “Compagnia” deriva dalle Confraternite di Dame della Carità istituite a partire dal 1617 da Vincenzo de’ Paoli, poi proclamato Santo, per il servizio a domicilio dei poveri e degli ammalati. Dalla Francia si diffusero in Italia e in tutta Europa. E poi nel mondo. In origine facevano tre voti : povertà, obbedienza e castità. Ad esso aggiunsero un quarto voto: servire i poveri. Rimettendoci del proprio. E questo aspetto caratterizza e identifica ancora oggi la Compagnia presso l’immaginario collettivo.
L’incipit di questo articolo me lo sono imposto per chiarire fin dal primo momento che il mio obiettivo non sono certo le Dame di carità ut sic, ma piuttosto i soggetti che – uomini o donne che siano – si danno contegni e comportamenti ai Dame di Carità “a prescindere”. Cosa intendo dire? Certo, non intendo rievocare qui il grande Totò, che diceva ”a prescindere”. Ribadisco però: A prescindere dal contesto socio-economico in cui si trovano ad agire. Non amo infatti coloro che si crogiolano nel loro brodo. Comprese le Dame di Carità. Pelosa o non. Ma a volte addirittura mirata ad altri obiettivi. Ben oltre la Carità. E’ questo il caso di alcuni Comitati e altri Soggetti sorti e cresciuti intorno al “caso” dell’Ospizio Borrelli proponendo soluzioni che scaricano sulla collettività pompeiana ogni onere. A prescindere da soluzioni meno onerose ma più meditate.
L’ospizio appartiene al Comune di Pompei grazie a un lascito testamentario di una benefattrice del Novecento: la nobildonna Concetta D’Arienzo, vedova Borrelli e madre sfortunata di un figlio suicida. Ma è stato gestito per qualche decennio da una Società partecipata dal Comune di Pompei che ha usato la Casa Borrelli come ormeggio dorato di “amici” degli “amici” naufragati nel mare della politica locale.

Per scrupolo di cronista, dovendo scrivere questo articolo sono passato a verificare qualche dato tra i tanti che girano di bocca in bocca, prima di girare di tastiera in tastiera. E mi sono recato per conto di Cronache della Campania presso gli Uffici dei Servizi Sociali Comunali. Arrivato là, ho incontrato il Dirigente Sorrentino, spesso bersaglio di forte accanimento dei social avversi. Da lui ho ricevuto una buona accoglienza e una discreta quantità di notizie utili. Spero quindi di essere chiaro, sebbene sintetico. Comincio dunque con il precisare che l’Ospizio Borrelli – più noto come Casa Borrelli – risulta una Casa Albergo per Anziani, secondo i canoni stabiliti per legge e Regolamenti dalla Regione Campania. Questa è infatti la definizione corretta e coerente con la Legge Regionale di Settore. Che significa? Significa intanto che alla Casa Borrelli può accedere LIBERAMENTE ogni anziano autosufficiente, cioè capace di badare a se stesso. Quindi gli anziani ospiti – o “i nonnini”, nella vulgata accattivante delle Dame di Carità nostrane – hanno scelto LIBERAMENTE, o di intesa con i propri familiari, di vivere nella Casa Albergo Borrelli di Pompei. Se poi i familiari li hanno scaricati come pacchi postali, questo non è addebitabile a nessuno se non alla durezza di cuore dei loro stessi familiari. Inoltre, ogni anziano ospite della Casa Albergo, qualora non del tutto indigente, paga/pagava un retta mensile per l’alloggio e per potere godere di una serie di servizi comuni, tra cui l’assistenza da parte di personale inserviente, specializzato e/o non. Una quindicina di addetti, a regime, nella Casa Borrelli. La retta mensile è/era prevista in misura modesta, tra i Settecento e gli Ottocento Euro. Questo il quadro essenziale. Ma c’è dell’altro. L’anziano incapiente, cioè non in grado di pagare la retta, veniva sostenuto dal Comune di Pompei per la quota di incapienza, fermo restando che all’anziano dovevano rimanere in tasca almeno duecento euro mensili per le proprie piccole spese.

Ma sorgono altri problemi derivanti da un aspetto che viene troppo spesso trascurato dalle Dame di Carità in salsa Pompeiana. L’Ospizio Borrelli, poi Casa di Riposo, oggi Casa Albergo, era ed è – per espressa volontà testamentaria della Benefattrice D’Arienzo – destinato ai “vecchi poveri” di Pompei. Questa volontà non può essere tradita, pena il passaggio dei beni ad altra struttura assistenziale/sanitaria: l’ospedale Pausillipon di Napoli. Con perdita netta di patrimonio immobiliare per la collettività pompeiana. Ebbene allo stato sono soltanto sei gli anziani “cittadini pompeiani ospiti di Casa Borrelli. A questi si possono aggiungere un altro paio che hanno una “anzianità di permanenza” di lungo corso presso la Casa, ben oltre il decennio. Quindi arriviamo a otto su trentatré anziani ospitati. Gli altri anziani della casa Albergo pompeiana provengono dai Comuni più disparati della provincia di Napoli e di Salerno. Essi rappresentano oltre i tre quarti degli ospiti. E ciò avviene per la clamorosa inadempienza degli altri Comuni da cui sono provenienti gran parte degli anziani.
Il fatto in sé è in violazione della Legge e potrà essere oggetto di attenzione anche per la incombenza – lenta ma inesorabile – della Corte dei Conti e della Procura della Repubblica a cui hanno indirizzato denunce e istanze, tra gli altri, anche le Dame di carità nostrane.
In un sabba assordante sono stati chiamati in causa Politici, Ministri, Presidente della Repubblica e perfino il Papa. Con la leggerezza cinica di chi sfarfalla tra Nonnini, Licenziamenti e Ripicche, Dirette e Indirette, Private e Politiche… Il tutto però orchestrato per far fallire il Progetto EAV che – sia detto chiaro – interessa la intera Città di Pompei.
Come? Attraverso il rallentamento delle operazioni di ri-collocazione degli anziani di Casa Borrelli in altre strutture simili, per ostacolare così la realizzazione del primo sottopasso fondamentale del Progetto EAV che prevede anche la demolizione della chiesetta di Casa Borrelli. Ma ecco che le nostrane Dame di Carità in salsa pompeiana urlano al sacrilegio, pretendendo che il Comune di Pompei non proceda alla ri-collocazione e si faccia carico di tutti e trentatré gli anziani ospiti della casa Albergo di Pompei. Ciò è vietato dalla Legge e offende la volontà testamentaria della benefattrice. Ma le Dame di Carità non si pongono questo problema: non rischiano in proprio.

Passo alle conclusioni per ricordare al Lettore che la benefattrice D’Arienzo nel proprio lascito mise a disposizione dell’Ospizio una massa cospicua di beni immobili, che poi si è sostanziata in sedici appartamenti ubicati a Pompei, a due passi dal Centro Città, nel Parco Scacciapensieri (ndr: altri tempi di un’Italia più ricca e spensierata).
Inoltre il lascito riguardava, oltre che i sedici appartamenti, due terreni e altro. Da questa “massa di beni” l’Ospizio avrebbe dovuto ricavare le rendite occorrenti per tenersi in piedi e in efficienza. Esse sono state consumate da sperperi, malversazioni e spese incongrue. Ma anche illegittime, anche perché destinate a “vecchi poveri” non residenti a Pompei.
E il Comune di Pompei ora deve correre ai ripari per ripristinare la piena legalità, non potendo far gravare sulla collettività pompeiana ulteriori spese illegittime. E i tredici dipendenti rimasti hanno ricevuto avviso di licenziamento, purtroppo. L’incendio appiccato dalle Dame di Carità e da chi voleva sabotare il Progetto EAV avanza su più fronti. Oltre al TAR, di cui si attende la Sentenza il 10 Settembre, saranno ormai la Procura della Repubblica e la Corte dei Conti a tirare le somme e portare…i conti finali della insipienza e della malagestione. Cosa dire di più?La Carità non si compie con le forche giustizialiste di interessati Torquemada.

Federico L.I.Federico

La Redazione
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