Napoli. “La circostanza, dunque, che sia stato ucciso solo Luigi Mignano è dipesa, certamente, esclusivamente dal caso”. La drammatica frase scritta dal gip nell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dei sette esponenti del clan D’Amico-Mazzarella di san Giovanni a Teduccio autori dell’omicidio di Luigi Mignano, cognato del boss Ciro Rinaldi mauè avvenuto al rione Villa il 9 aprile scorso, è la testimonianza ulteriore, ove mai ve ne fosse ancora bisogno, che le “belve” della camorra di ultima generazione non si fermano davanti a niente neanche ai bambini, come è successo per la piccola Noemi il 3 maggio per “l’uomo nero” in piazza Nazionale e come stava per accadere il 9 aprile al rione Villa. Il fato ha voluto che questa volta non ci sono stati morti innocenti da piangere. Ne nel caso di Noemi che continua migliorare ne nel caso del nipote di Luigi Mignano che aveva come unica “colpa” quella di trovarsi col nonno e col padre quella maledetta mattina. Il killer Ciro Rosario Terracciano, che compirà 27 anni a fine mese mese, non ha avuto alcuna esitazione nel continuare a sparare nonostante avesse capito che l’obiettivo del radi ovvero Luigi Mignano era già morto. Non a caso scrive il gip: “.. al fine di ritenere configurabile il reato contestato, nessun dubbio può sussistere sull’esistenza dell’elemento oggettivo, costituito dalle lesioni riportate da Pasquale Mignano (il figlio della vittima e papà del piccolo), dalla pluralità e direzione dei colpi, dall’idoneità dell’arma e alla condotta degli indagati pregressa e successiva che rendono ipotizzabile anche il tentativo nei confronti del piccolo …”. Dopo aver colpito la vittima, che dalla ricostruzione effettuata anche attraverso l’ambientale negli uffici della Questura risulta aver ricevuto il primo colpo al petto, nonostante l’obiettivo fosse stato raggiunto, tanto che successivamente Luigi Mignano si è accasciato al suolo, i killer hanno continuato a sparare ulteriori 11 colpi, tutti ad altezza uomo, alcuni dei quali hanno centrato l’auto del figlio Pasquale infrangendo il lunotto posteriore e all’interno della quale si trovava già, nascosto sotto il sedile passeggero davanti, il piccolo. Scrive ancora il gip: “Appare evidente che sia gli indagati addetti al servizio di osservazione sia i killer abbiano notato tutti i movimenti di Luigi Mignano, del figlio Pasquale e del nipote e si siano, perciò resi conto, non solo della presenza del secondo ma anche che insieme a loro si trovasse il piccolo che aveva trovato riparo nel veicolo”.Anche gli stessi commenti dei familiari che hanno assistito all’agguato o ne hanno appreso i dettagli dal loro congiunto Pasquale, evidenziano che le modalità di esecuzione e le volontà dei killer fossero tali da far ritenere che avessero intenzione di colpire tutti i presenti. “Più volte, infatti, nella conversazione intercettata scrive sempre il gip- in ambientale negli Uffici della Questura, gli interlocutori si soffermano sulla circostanza che nonostante il bambino avesse trovato rifugio all’interno del veicolo, avesse rischiato di essere ucciso in considerazione della direzione dei colpi esplosi successivamente a quello che aveva già attinto mortalmente Luigi Mignano….Maggiore attenzione merita, invece, l’elemento soggettivo che può essere ricavato solo a un’approfondita analisi della dinamica dei fatti, con particolare riguardo alle modalità dell’agguato, al mezzo utilizzato, alla condotta degli indagati prima e dopo il fatto. Ebbene, come emerge dagli accertamenti espletati sul luogo teatro degli eventi, dalla numerosità e direzione dei colpi appare chiaro che se l’unico obiettivo fosse stato Luigi Mignano, dopo averlo colpito con il primo colpo i killer si sarebbero fermati.Dalla stessa condotta posta in essere risulta con chiarezza che gli autori hanno agito con dolo diretto, al massimo nella forma del dolo alternativo. Ed invero, se si considera il contesto nel quale l’evento si è verificato e si analizzano in concreto tutti gli elementi acquisiti appare chiaro che gli esecutori materiali abbiano agito, indifferentemente, allo scopo di uccidere una o più persone soprattutto in considerazione della qualità delle stesse, tutte appartenenti alla famiglia Rinaldi, in contrasto con il clan Mazzarella”.

(nella foto il luogo dell’agguato con la vittima a terra e nel riquadro a sinistra, in quello a destra il killer Ciro Rosario Terracciano)

La Redazione
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