Tratta degli schiavi nel Salernitano: un ‘pentito’ ha fatto scoprire ha fatto scoprire il meccanismo. TUTTI I NOMI

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C’è stato un ‘pentito’ che ha fatto scoprire la colossale ‘tratta degli schiavi’ il sistema per raggirare il decreto flussi e favorire così l’immigrazione clandestina nei campi agricoli della provincia di Salerno. Un sistema col­laudato che partiva dal Marocco e rag­giungeva le aziende agricole della piana del Seie, con l’intermediazione di un commercialista ebolitano, finito agli arresti domiciliari. Si tratta di Pasquale Infante, consigliere comunale e capogruppo del Pd di Eboli, finito in manette insieme ad altre 26 persone. Tutto passava per il suo studio dove lavora anche la sorella Maria, che è indagata in questa indagine.  Qualche mese fa un uomo a cui era stato promesso un posto di lavoro in una delle aziende agricole della Piana del Sele coinvolte nel lucroso meccanismo degli immigrati clandestini, dopo essersi visto negare la sua assunzione decise di andare dai carabinieri e raccontare tutto. I militari, coordinati dalla Procura di Salerno, che stavano già indagando da tempo, hanno così chiuso il cerchio e in pochi mesi sono scattati i 26 arresti. Otto, invece, gli obblighi di dimora e di presentazione notificati ieri mattina dai carabinieri della comando provinciale nell’ambito della maxi inchiesta coordinata dalla direzione distrettuale antimafia di Sa­lerno.
Un’inchiesta – partita nel 2015 – che, in totale, coinvolge 40 persone e che è stata finalizzata ad indagare sul feno­meno del caporalato localizzato nella provincia di Salerno. Al vaglio degli inquirenti sono passate 400 po­sizioni di lavoratori non comunitari, immigrati dal 2015 al 2018.Le attività investigative, così come l’operazione di ieri, hanno riguardato Salerno e numerosi comuni della pro­vincia (Battipaglia, Eboli, Montecorvino Pugliano, Olevano sul Tusciano, San Marzano sul Sarno, Pontecagnano Faiano, Nocera Inferiore, Pagani, Altavilla Silentina, Angri), nonché il comune materano di Policoro e quello pistoiese di Monsummano Terme. I destinatari delle misure restrittive, sono accusati, a vario titolo, del reato di associazione per delinquere fina­lizzata al favoreggiamento e allo sfrut­tamento dell’immigrazione clandesti­na; airintermediazione illecita e allo sfruttamento di lavoratori con o senza permesso di soggiorno; alla riduzione in schiavitù e alla tratta di persone.
Ai domiciliari sono finiti: Gerardo Ver­derame, Massimo Monaco, Raffaele Galiano, Valeriano Di Stefano, Antonio Barretta, El Arhoiu Ryahi, Azzouz Faiba, Matilde Zingari, Raffaele Rosato, Pa­squale Infante, Aniello Giacomaniello, Mario Maurizio Galante, Antonio De Vivo, Attilio De Divitiis, Emanuele Ca­taldo, Luca Boffa, Vito Boffa, Raffaele Barretta, Antonio Alfano, Mankocuh Mohammed, Azzouz Nouredine, Amzeghal Hassan, Amzeghal El Habib, Amzeghal Ali, Ait Berka. Obbligo di di­mora, invece, per Abdelham Benslimare, Marinela Dondea Daniela, Yassin Mekrovy, Roberto D’Amato, Ernesto De Divitiis, Raffaele Ferrara, Maria In­fante, Raffaele Iuliano, Enrico Marrazzo.
L’organizzazione, oltre che nel saler­nitano, aveva ramificazioni a Policoro e Monsummano Terme e all’estero, con basi in Marocco, Francia e Belgio. Dai 5 mila ai 12 mila euro il compenso per il rilascio del “servizio” per rag­giungere l’Italia ed ottenere il permesso di soggiorno per lavoro stagionale. Il pagamento avveniva in Marocco ma, una volta giunto in Italia l’aspirante lavoratore, la pratica non giungeva al suo perfezionamento.
Le indagini hanno dimostrato, infatti, la falsità in origine delle domande per la concessione dei permessi. L’orga­nizzazione, dopo aver procacciato in Marocco persone disposte a pagare per ottenere un permesso di soggiorno, con l’intermediazione di ulteriori per­sone in Francia e Belgio, sarebbe stata in grado di generare, per il tramite di imprenditori agricoli sodali, le doman­de periodicamente inviate al Ministero dell’interno, la cui gestione sarebbe stata poi affidata al commercialista ebolitano.
Una volta che il migrante giungeva in Italia con regolare visto, emesso in forza di richiesta nominata di assun­zione di uno degli imprenditori collusi, la procedura non veniva completata con la sottoscrizione del contratto di lavoro: un escamotage studiato per aggirare il “decreto flussi” e per per­mettere ai migranti di ricevere un per­messo per ‘attesa occupazione1, di 12 mesi, periodo superiore ai 6 mesi pre­visti dal permesso di soggiorno sta­gionale per motivi di lavoro che sarebbe stato rilasciato in caso di assunzione. I migranti venivano poi avviati al lavoro irregolare nei campi per essere sfrut­tati, anche con la promessa di una successiva regolarizzazione del per­messo di soggiorno, e costretti ad al­loggiare in baracche di fortuna. I vari imprenditori agricoli locali in taluni casi si sarebbero garantiti manodopera sottopagata per il lavoro nei campo, in altri si sarebbero limitati a ricevere un compenso da 500 a 1000 euro per ogni contratto di lavoro fittizio richie­sto. Un giro di affari che avrebbe frut­tato all’organizzazione circa 6 milioni di euro.
A capo dell’organizzazione Hassan det­to Appost, preposto a garantire “il ser­vizio” agli immigrati. Era lui a distri­buire gli “stipendi” ai lavoratori e a trattenere per sé il grosso delle somme. Emblematiche, a tal proposito, le sue parole – intercettate dagli inquirenti – rivolte a un sodale: «Ti parlo sincero, io alla fine non m’interessa niente. Se volessi fare i soldi, li faccio qui… io in una giornata guadagno 300 euro» – dice, lasciando intendere che – anche disinteressandosi dei permessi di sog­giorno – i suoi profitti sarebbero rimasti comunque elevatissimi.

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