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Il clan Moccia minacciò Libera: indaga la Dda

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Minacciati i giovani di Libera con offese e intimidazioni, attraverso i social: “Meglio che vi impiccate voi, prima che ci pensi qualcun altro”; “Vigliacco (rivolto a uno degli attivisti di Libera), ti nascondi dietro a un computer, ma attento a te, che non vali un cazzo”. Gli aggressori sembra siano legati agli interessi della famiglia Moccia. Ne sono convinti i pm della Dda di Napoli, che stanno indagando – l’ipotesi è di minacce aggravate – su una vicenda risalente ormai al 2011, anno in cui circola la notizia che Libera ha deciso di aprire una sede anche tra Afragola e Casoria.
Notizia che arriva anche in carcere, dove era detenuto Angelo Moccia, l’uomo protagonista della dissociazione della prima metà degli anni Novanta, che crea fibrillazione in seno alla famiglia della vedova Anna Mazza. Fatto sta che l’iniziativa di Libera produce un doppio effetto: da un lato, una denuncia firmata dalla stessa Anna Mazza; dall’altro, invece, la creazione di un profilo Facebook dal quale minacciare e offendere gli attivisti di Libera, che s’impegnano e lavorano per resistere contro la criminalità organizzata ad Afragola e nei comuni limitrofi. E questo spiegano alcuni volantini che anticipano la decisione di chiedere all’allora sindaco di Afragola di aprire una sede, all’interno di un bene confiscato alla camorra, della propria associazione.
Si indaga per minacce e sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, sono a lavoro i pm Ivana Fulco, Gianfranco Scarfò, Ida Teresi che arrivano a una definizione dei potenziali writers del profilo fake: sulla pagina scrivevano stretti parenti della vedova Moccia, così come emerso dalla ricostruzione fatta dalla polizia giudiziaria.
La ricostruzione emerge dalla lettura degli atti, come riporta Il Mattino, depositati in questi giorni a sostegno dei quarantacinque arresti della scorsa settimana, in cui emerge un’altra frase fortemente intimidatoria, come quella del 2 maggio del 2011: “Stai tranquillo che presto avrete una bella sorpresa…”, firmato da “Paolo Castaldo” la cui identità è celata dietro una foto tratta dal film Scarface.
Ma sono diversi i capitoli su cui la Dda insiste. Vengono infatti contate almeno ventuno pagine di denunce e di esposti contro tutti coloro che, negli anni, hanno in qualche modo avversato i Moccia non tacendo. Agli atti del blitz firmato dal gip Tommaso Perrotta, risulta anche il verbale del pentito Antonio Zaccaro, contro la strategia della dissociazione: “È ovvio che la rottura della camorra è falsa. Tenga presente che Angelo Moccia si è accusato di settanta omicidi, ci saranno in giro settanta famiglie, figli, nipoti, parenti, che ce l’hanno con lui: uscirà sempre prima o poi uno che vorrà vendicarsi. Dunque i Moccia devono per forza avere un apparato di gente armato di nascosto che li protegge. Sono diavoli, capacissimi di mimetizzarsi”.

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