Dopo la vittoria a Sanremo 2026, la canzone “Per sempre sì” di Sal Da Vinci è finita al centro delle solite polemiche. C’è chi parla di amore tossico, chi tira fuori il patriarcato, chi dice che certe frasi sono “pericolose”.
Sinceramente? Ma dove?
Da donna, io in quella canzone non sento controllo, non sento possesso, non sento sottomissione. Sento una promessa. Sento un uomo che dice “credo in noi”, “resto”, “ci sono”. E scusate se è poco.
Ormai sembra che non si possa più parlare di amore intenso senza che qualcuno gridi allo scandalo. Se dici “per sempre”, diventa dipendenza. Se dici “non voglio perderti”, diventa manipolazione. Se parli di dedizione, allora stai alimentando chissà quale sistema patriarcale.
Ma l’amore non è un comunicato stampa scritto con il freno a mano tirato. L’amore è sentimento. È slancio. È anche esagerazione. È dire “per sempre” anche se la vita poi farà il suo corso. È un modo per dire: io ci credo.
Non tutto deve diventare un caso sociale. Non ogni canzone è un manifesto politico. A volte è solo una storia d’amore. E “Per sempre sì” questo è: una dichiarazione romantica, magari classica, magari tradizionale… ma non per questo sbagliata.
Sembra quasi che oggi dia fastidio l’idea di impegnarsi, di promettere qualcosa che va oltre il momento. Come se il “per sempre” fosse una parola proibita. Ma perché? Se due persone si scelgono liberamente, dov’è il problema?
Il politicamente corretto, quando esagera, finisce per rovinare anche le cose più semplici. Non si può sempre cercare il lato oscuro in ogni frase. Non si può trasformare ogni emozione in una battaglia ideologica.Io non mi sento offesa da quella canzone. Non mi sento sminuita. Non mi sento messa in un angolo. Sento semplicemente una promessa d’amore.
E in un mondo dove tutto è usa e getta, forse sentire qualcuno che dice “per sempre sì” non è una minaccia. È quasi una boccata d’aria.
Forse, ogni tanto, potremmo anche smettere di analizzare tutto… e semplicemente ascoltare.







Bravissima l’autrice dell’articolo. Condivido fino all’ultima virgola. Ma perché tutti questi problemi spuntano sempre quando si tratta di un cantante napoletano, e soprattutto quando vince? Non è che si tratta del solito “rosicamento” mascherato con temi impegnativi e altisonanti, come ha detto giustamente l’autore, altrettanto bravo, di un altro articolo? Altrimenti non si spiegherebbe questa illogica ostinazione a voler dipingere come negativi dei valori che, al contrario, sono obiettivamente positivi, come quelli veicolati dalla canzone vincitrice di Sanremo. E poi, qualcuno vorrebbe spiegarmi perché questi stessi temi sono stati espressi, anche sul palco dell’Ariston, da famose canzoni di Al Bano, Toto Cutugno e tanti altri big senza che nessuno avesse nulla da ridire? Quando invece li canta Sal Da Vinci non va più bene? Come si fa, allora, a non dubitare della buona fede di chi fa queste critiche? Potrà piacere o meno lo stile musicale, oppure si potrà preferire la melodia di altre canzoni dello stesso artista, ma sulla bontà e validità universale delle parole di questa canzone non si può non concordare. Come pure non si può negare che Sal Da Vinci sia un grande interprete della canzone melodica napoletana moderna: secondo me uno dei quattro pilastri di questa grande tradizione, insieme a Nino D’Angelo ed ai due Gigi, cioè D’Alessio e Finizio (quest’ultimo, sempre a mio modestissimo avviso, è il più vicino allo stile e all’impostazione melodica di Sal Da Vinci, sebbene, purtroppo, non abbia avuto altrettanta fortuna quanto gli altri tre).
Le cose che ho letto le condivido, grande articolo. Complimenti