NAPOLI. I soldi erano nel muro. Banconote per 3 milioni e 200 mila euro, tumulate in un appartamento di via Atellana, a Caivano, insieme a orologi di lusso. Per tirarli fuori i carabinieri hanno dovuto lavorare di martello. All’alba, nello stesso giro di operazioni, sono scattate 34 misure cautelari contro un’associazione camorristica armata ricondotta al clan Angelino, attiva tra Caivano e Casoria: 23 in carcere, 11 ai domiciliari.
Traffico di droga, estorsioni, metodo mafioso. Un blitz classico della Direzione distrettuale antimafia, eseguito dal Nucleo investigativo di Castello di Cisterna e dalle compagnie di Caivano e Casoria.
In conferenza stampa, però, Nicola Gratteri non si è fermato al bottino. Ha messo sul tavolo il problema che, a suo dire, rende vano anche il più riuscito dei rastrellamenti: i boss che dal carcere continuano a dare ordini.«Non dico in quale istituto, per motivi di sicurezza»
«Questo fenomeno, e lo ripetiamo ormai da più di dieci anni, si può contrastare solo installando jammer nelle carceri», ha detto il procuratore. «In questo momento si sta sperimentando un jammer in un carcere.
Non dico quale per motivi di sicurezza.
Spero che questo sia l’inizio di inserire jammer in tutte le carceri».Il messaggio è lo stesso che Gratteri ripete da anni: il cellulare in cella non è un vezzo.
È la centrale operativa. Con un telefonino si mandano minacce, si chiedono tangenti, si tengono in vita piazze di spaccio e gerarchie. Il carcere, se resta “con campo”, smette di isolare e diventa un ufficio.Il procuratore non ha voluto indicare l’istituto.
Ha detto solo che la prova è in corso e che, se funzionerà, dovrà diventare regola, non eccezione.
Il sequestro che “paga” gli ascolti
Poi è arrivato il secondo colpo, politico più che giudiziario. Gratteri ha preso di petto il dibattito sul costo delle intercettazioni, quello che il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha più volte messo al centro della riforma.
«A proposito del costo delle intercettazioni telefoniche di cui parla il ministro Nordio, con il sequestro di oggi, pari a 3,2 milioni di euro, ci siamo pagati un anno di intercettazioni solo a Napoli».
La frase è calcolata. Non è un bilancio di Procura. È un contrappeso: da una parte la spesa degli ascolti, dall’altra il contante strappato ai clan e già messo sotto sequestro. «Di queste operazioni ne facciamo diverse nel corso di un anno», ha aggiunto.
«Noi, a prescindere dalla pressione anche mediatica, andiamo avanti lo stesso. Non è che facciamo un’indagine se c’è o no un decreto. Lavoriamo con le risorse che abbiamo».
Due guerre, lo stesso nemico
Il quadro che esce dalla sala stampa è doppio. Fuori, i clan che nascondono i milioni nei muri di Caivano. Dentro, i capi che dal penitenziario tentano ancora di muovere uomini e affari.
Per Gratteri la prima guerra si vince con le indagini. La seconda, senza inibitori di frequenza, resta aperta.Il jammer, per ora, è uno solo. Sperimentale. Senza nome. Il procuratore lo presenta come l’inizio. Il resto, ha detto, dovrà coprire tutte le carceri. Altrimenti gli ordini continueranno a uscire dalle sbarre, anche quando i soldi sono già stati trovati nel cemento.



