Castellammare, torna libero dopo 20 anni il boss Pasquale D’Alessandro ‘o nir

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Castellammare – Un rientro silenzioso, avvenuto ben dopo la mezzanotte, lontano da qualsiasi clamore esteriore ma carico di una fortissima valenza simbolica e criminale. Pasquale D’Alessandro, 54 anni, noto alle cronache giudiziarie con il soprannome di ‘o niro, è ufficialmente tornato a casa. Primogenito dello storico fondatore della cosca Luigi D’Alessandro (alias Gigginiello), il capofamiglia che a sua volta aveva assaporato la libertà nel 2018 dopo oltre trent’anni di reclusione, il cinquantaquattrenne ha riputato opportuno allungare la sosta fuori città prima di rimettere piede nella roccaforte stabiese di Scanzano.

Una scelta dettata dalla prudenza e da quella “logica criminale” di basso profilo che da sempre contraddistingue l’ala più dura e strategica del clan. Con la sua scarcerazione — giunta al termine di un iter detentivo durato complessivamente oltre vent’anni ininterrotti dal giorno del blitz che ne segnò la cattura — la storica dinastia criminale ritrova un ulteriore tassello di vertice, ricompattando i ranghi familiari attorno ai nomi chiave della dinastia.

Dalla caccia all’uomo del 2007 ai misteri del pizzo: la parabola criminale di ‘o niro

Il pedigree criminale di Pasquale D’Alessandro affonda le radici nella stagione più violenta e complessa della camorra stabiese e della Penisola Sorrentina. Per gli investigatori, ‘o niro non è mai stato un semplice gregario. Il suo nome balzò prepotentemente al centro dell’attenzione nazionale nei primi anni Duemila, quando riuscì a sottrarsi per oltre 1.800 giorni a un ordine di cattura, trasformandosi nel fantasma braccato di una serrata caccia all’uomo. La sua latitanza dorata finì il 5 giugno 2007, quando i carabinieri lo sorpresero all’interno di una palazzina blindata situata tra Santa Maria la Carità e Gragnano, nella zona di Madonna delle Grazie.

Da quel covo, secondo le risultanze investigative, il rampollo avrebbe continuato a reggere le redini della cosca e a gestire i lucrosi affari del traffico di droga che rifornivano le casse dell’organizzazione.

Il curriculum giudiziario accumulato negli anni è di quelli che pesano come macigni: condanne definitive per omicidio, traffico di stupefacenti e usura, tutte aggravate dal metodo e dalle finalità mafnose. Tra i capitoli più sanguinosi spicca l’omicidio dell’ex cutoliano Giuseppe Riccardi, alias ‘o pettolone, freddato il 30 aprile 1996 in piena Villa Comunale a Castellammare di Stabia: un agguato strategico fortemente voluto per ridisegnare gli equilibri di potere sul territorio.

Non solo piombo ed estorsioni sul suolo stabiese; la scalata criminale di D’Alessandro passò anche per il Nord Italia, come dimostra la condanna rimediata nel 2005 dal Tribunale di Parma per il giro di pizzo e prestiti a tasso usurario imposti ai commercianti stabiesi emigrati a Salsomaggiore.

Il muro della Cassazione e le ombre sul futuro: le preoccupazioni della DDA

Negli ultimi mesi, la difesa del cinquantaquattrenne aveva tentato la carta del riconoscimento del vincolo della continuazione tra le diverse sentenze passate in giudicato, un’istanza mirata a ridimensionare in via retroattiva il computo della pena. Un tentativo stoppato con fermezza dalla prima sezione della Corte di Cassazione, che ha rigettato la richiesta confermando la legittimità dell’impianto accusatorio e prolungando di qualche mese la permanenza dietro le sbarre prima del fine pena definitivo.

Nonostante un lunghissimo periodo di detenzione ininterrotta — in passato sottoposto anche al rigido regime del carcere duro del 41 bis in virtù di una pericolosità sociale ritenuta irriducibile —, il nome di Pasquale D’Alessandro ha continuato ad affiorare nelle informative più recenti della Direzione Distrettuale Antimafia. Nelle intercettazioni ambientali captate dagli inquirenti, risalenti alle inchieste sul controllo degli affari illeciti e sulla spartizione dei proventi legati anche ai grandi appalti e alle opere strategiche del territorio, il riferimento ai rami della famiglia D’Alessandro resta una costante immutata.

Ora che ‘o niro è tornato a muoversi liberamente tra le strade di Scanzano, gli occhi delle forze dell’ordine e della magistratura antimafia restano puntati su Castellammare. Il timore degli inquirenti è che la scarcerazione di pesi massimi di questo calibro possa imprimere una nuova e pericolosa accelerazione alla ridefinizione degli equilibri criminali nell’area stabiese.

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Pubblicato da
Giuseppe Del Gaudio

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