La storia non si ripete mai esattamente nello stesso modo. Ma alcune dinamiche possono ritornare. E proprio per questo conoscere ciò che avvenne nell’Italia degli anni Venti può essere utile anche per osservare con maggiore attenzione determinati fenomeni della politica contemporanea.
Quando si racconta l’ascesa del fascismo italiano si tende spesso a concentrarsi quasi esclusivamente su Benito Mussolini, sulla marcia su Roma e sulla successiva costruzione della dittatura.
Ma prima ancora che il fascismo diventasse Stato esisteva qualcosa che contribuì enormemente alla sua affermazione: lo squadrismo.
Tra il 1920 e il 1922 le squadre fasciste furono protagoniste di aggressioni, devastazioni, spedizioni punitive, intimidazioni e omicidi contro socialisti, sindacalisti, amministratori locali, giornalisti e oppositori politici.
Gli studi storici descrivono quella violenza non come un fenomeno marginale, ma come uno degli elementi centrali dell’ascesa del movimento fascista.
E qui nasce una riflessione che riguarda anche il presente.
Non erano tutti emarginati
Bisogna evitare una semplificazione storica.
Gli squadristi non erano semplicemente un esercito composto da criminali, assassini o persone ai margini della società.
La ricerca storica mostra una realtà molto più complessa: nelle organizzazioni fasciste locali potevano esserci proprietari terrieri, studenti, impiegati, artigiani, operai, reduci di guerra e persone perfettamente integrate nelle proprie comunità.
Questo rende forse ancora più inquietante quella storia.
Perché dimostra che non è necessario che una società sia popolata improvvisamente da criminali perché si sviluppi la violenza politica.
È sufficiente che la violenza cominci a essere tollerata, giustificata o trasformata in uno strumento accettabile per raggiungere uno scopo politico.
A quel punto persone diversissime possono sentirsi autorizzate a superare limiti che, fino a poco tempo prima, consideravano invalicabili.
Quando il violento diventa utile
All’interno dello squadrismo ci furono però anche personaggi con una storia di violenza estremamente pesante.
Basta ricordare Amerigo Dumini, esponente dello squadrismo fascista e capo del gruppo che sequestrò e uccise Giacomo Matteotti nel giugno del 1924.
Oppure diversi ras locali dello squadrismo, protagonisti di aggressioni, spedizioni punitive e intimidazioni.
Il problema politico fondamentale diventa allora un altro.
Che cosa accade quando un movimento scopre che determinate persone, proprio perché aggressive, intimidatorie o disposte a superare certi limiti, possono diventare utili?
È qui che la storia dovrebbe farci riflettere.
Perché una cosa è subire l’infiltrazione di persone discutibili all’interno di un’organizzazione politica.
Può succedere praticamente a qualsiasi grande partito o movimento.
Quando esistono migliaia di iscritti, simpatizzanti e strutture territoriali è impossibile conoscere preventivamente la storia personale di chiunque.
E infatti il comportamento realmente significativo arriva dopo: quando emergono fatti incompatibili con i principi democratici, un’organizzazione può prendere le distanze, espellere i responsabili e riaffermare chiaramente i propri limiti.
Completamente diverso sarebbe invece considerare quell’aggressività una risorsa politica.
Le parole dei leader non sono mai innocue
Ed è qui che il discorso diventa attuale.
Quando una nuova formazione politica vuole presentarsi come quella dei “cattivi”, degli uomini duri, di quelli che non rispettano il politicamente corretto e che finalmente “fanno paura”, il messaggio può essere interpretato in maniera molto diversa da quella immaginata da chi lo pronuncia.
Per un dirigente può essere semplicemente uno slogan.
Per un elettore può significare protesta.
Ma per qualcun altro potrebbe suonare come:
“Qui c’è finalmente posto anche per me.”
Ed è esattamente questo il punto sul quale ogni leader politico dovrebbe interrogarsi.
Perché esiste sempre una differenza enorme tra una frase pronunciata davanti a un microfono e il modo in cui quella frase viene recepita nelle periferie, nei quartieri difficili o all’interno di gruppi che hanno già una propria cultura dell’intimidazione e della violenza.
La politica non controlla soltanto ciò che dice.
Deve interrogarsi anche su chi quelle parole possono attirare.
Le aggregazioni che devono far riflettere
Negli ultimi mesi, nel dibattito pubblico, sono state avanzate diverse segnalazioni e denunce politiche relative alla presenza, attorno a movimenti e organizzazioni, di persone provenienti da ambienti considerati violenti, estremisti o contigui alla criminalità.
Ogni singolo caso deve naturalmente essere verificato.
Essere fotografati con qualcuno, partecipare a una manifestazione o dichiarare il proprio sostegno a un partito non dimostra automaticamente l’esistenza di un rapporto con la criminalità organizzata.
E soprattutto vale un principio fondamentale: finché una persona non commette un reato, ha gli stessi diritti politici di qualsiasi altro cittadino.
Può iscriversi a un movimento.
Può manifestare.
Può fare campagna elettorale.
Può sostenere pubblicamente un candidato.
Non possiamo costruire una democrazia nella quale qualcuno perda i propri diritti semplicemente per la propria reputazione o per le proprie frequentazioni.
Ma il problema politico comincia quando il fenomeno non riguarda più una singola persona.
Quando diversi individui conosciuti in uno stesso territorio per comportamenti violenti, per una storia di reati contro la persona o per frequentazioni con ambienti criminali iniziano ad aggregarsi sistematicamente intorno alla medesima organizzazione politica, la domanda diventa inevitabile.
Non necessariamente una domanda giudiziaria.
Ma certamente una domanda politica.
Perché?
Che cosa li attrae?
Quale messaggio stanno interpretando?
E soprattutto: quale funzione potrebbero assumere sul territorio?
Il punto più delicato sono le elezioni
È qui che emerge forse il rischio più serio.
Immaginiamo un quartiere nel quale alcune persone siano conosciute da tutti.
Non necessariamente perché appartengano formalmente a un’organizzazione criminale.
Ma perché hanno fama di essere violente.
Perché sono state protagoniste di aggressioni.
Perché esercitano una capacità di intimidazione riconosciuta dalla comunità.
Ora immaginiamo che, durante una campagna elettorale, quelle stesse persone diventino improvvisamente molto visibili nel sostegno a un determinato partito.
Manifesti.
Gazebo.
Comizi.
Presenza costante sul territorio.
E infine il giorno delle elezioni.
Quando basta essere davanti al seggio
Qui la questione diventa estremamente delicata.
Per esercitare una pressione non è sempre necessario pronunciare una minaccia.
A volte può bastare una presenza.
Pensiamo alla persona comune che arriva al proprio seggio elettorale e davanti all’ingresso trova quattro o cinque individui che conosce perfettamente.
Sa chi sono.
Sa quale reputazione hanno.
Sa che cosa è successo in passato.
E sa anche pubblicamente quale candidato o movimento sostengono.
Nessuno deve necessariamente avvicinarla.
Nessuno deve dirle:
“Devi votare questo.”
La pressione potrebbe già essere psicologica.
Potrebbe nascere semplicemente dalla domanda:
“Mi hanno visto entrare? Sapranno per chi ho votato? Se scoprono che sostengo gli altri, avrò problemi?”
Naturalmente il voto è segreto.
Ma la paura raramente segue le regole del diritto costituzionale.
Ed è precisamente per questo che il problema dell’intimidazione elettorale è storicamente così importante.
La disciplina dello scambio elettorale politico-mafioso e la relativa giurisprudenza considerano infatti centrale il ricorso alla forza di intimidazione tipica delle organizzazioni mafiose per ottenere consenso elettorale.
La Cassazione ha ricordato che, quando entra in gioco un’associazione mafiosa, ciò che assume rilevanza è anche la capacità di procurare voti sfruttando quell’assoggettamento e quella forza intimidatrice.
Non significa che ogni presenza sospetta davanti a un seggio costituisca un reato.
Significa però che la libertà del voto non consiste soltanto nell’avere una matita in mano dentro una cabina.
Consiste anche nel potersi recare a votare senza avere paura.
È qui che il passato diventa interessante
Ed ecco perché il confronto storico con lo squadrismo, pur con tutte le necessarie differenze, diventa interessante.
Gli squadristi non dovevano sempre intervenire fisicamente.
In determinate comunità era sufficiente sapere chi fossero.
La loro reputazione li precedeva.
La violenza compiuta il giorno prima produceva effetti anche il giorno successivo, senza necessità di ripeterla continuamente.
Il controllo di un territorio può funzionare proprio così.
La violenza crea reputazione.
La reputazione crea paura.
La paura crea obbedienza.
E l’obbedienza può produrre consenso apparente.
È questo meccanismo, molto più della semplice appartenenza politica, che dovrebbe interessarci.
Criminalità e consenso politico
L’Italia conosce purtroppo molto bene il problema.
Le indagini antimafia hanno documentato nel corso degli anni episodi nei quali organizzazioni criminali hanno tentato di condizionare competizioni elettorali.
Una relazione parlamentare della DIA, parlando per esempio delle indagini riguardanti Sant’Antimo, ha descritto il condizionamento delle elezioni locali attraverso ingerenze dei clan, una campagna di voto di scambio e compravendita di preferenze.
Non è quindi una fantasia giornalistica sostenere che la capacità di controllo territoriale possa trasformarsi anche in capacità di condizionamento politico.
È qualcosa che lo Stato italiano combatte da decenni.
Ed è proprio per questo che qualsiasi partito dovrebbe essere estremamente prudente quando intorno alle proprie strutture territoriali compaiono gruppi di persone capaci di esercitare quel tipo di influenza.
Non perché essere conosciuti dalla polizia o avere precedenti trasformi automaticamente qualcuno in mafioso.
Ma perché la politica democratica dovrebbe avere interesse a mantenere la massima distanza possibile da qualsiasi forma di consenso costruita sulla paura.
La responsabilità è soprattutto dei leader
Ed è qui che torna il problema iniziale.
Un leader non può controllare chiunque decida spontaneamente di votarlo.
Sarebbe assurdo pretenderlo.
Un candidato non può impedire a una persona con precedenti penali di mettere una croce sul proprio simbolo.
E non può conoscere la biografia di ogni simpatizzante.
Ma esiste una differenza enorme tra ricevere un voto e costruire una struttura politica territoriale.
Quando qualcuno diventa referente.
Quando organizza gruppi.
Quando presidia un quartiere.
Quando porta decine o centinaia di persone agli eventi.
Quando diventa riconoscibile come rappresentante locale di un movimento.
A quel punto una forza politica ha il dovere, prima di tutto verso se stessa, di sapere chi sta facendo entrare nella propria organizzazione.
Perché la domanda non può essere soltanto:
“Quanti voti ci porta?”
Deve essere anche:
“Come ce li porta?”
Quando il consenso ha un prezzo
Questo è il vero spartiacque.
Un partito può avere idee durissime sull’immigrazione.
Può essere contrario all’Unione europea.
Può essere di estrema destra o di estrema sinistra.
Può essere populista, conservatore, socialista, liberale o antisistema.
Tutto questo appartiene alla normale dialettica democratica.
Il problema nasce quando il consenso non viene più conquistato attraverso le idee ma attraverso la pressione.
Quando una persona vota non perché convinta.
Ma perché ha paura.
Quando un commerciante espone un simbolo politico non perché lo sostiene.
Ma perché ritiene più prudente farlo.
Quando un’intera famiglia evita di dichiarare le proprie preferenze perché nel quartiere “si sa” chi comanda.
Questa non è più normale competizione politica.
È un territorio nel quale democrazia e intimidazione cominciano pericolosamente a sovrapporsi.
La lezione dello squadrismo
È uno degli insegnamenti più importanti che possiamo ricavare dagli anni dell’ascesa fascista.
La violenza squadrista non rimase confinata a qualche episodio isolato.
Contribuì a disarticolare comunità locali, organizzazioni sindacali e strutture politiche avversarie.
Le spedizioni punitive crearono paura.
La paura modificò i rapporti di forza.
E la progressiva normalizzazione della violenza contribuì a rendere possibile ciò che pochi anni prima sarebbe sembrato inaccettabile.
Questo passaggio è fondamentale.
Perché ciò che nasce come gruppo informale può diventare organizzazione.
Ciò che nasce come intimidazione può diventare metodo.
Ciò che inizialmente viene tollerato perché politicamente conveniente può diventare sempre più difficile da controllare.
La storia non si copia
Naturalmente sarebbe sbagliato sostenere che qualsiasi movimento populista, radicale o antisistema contemporaneo sia automaticamente paragonabile al fascismo.
Sarebbe storicamente superficiale.
L’Italia del 1921 non è l’Italia del 2026.
Le istituzioni sono differenti.
La società è differente.
Il sistema politico è differente.
Esistono una Costituzione democratica, magistratura, forze dell’ordine, pluralismo dell’informazione e strumenti di controllo che nell’Italia dello squadrismo erano profondamente diversi.
La storia raramente si ripresenta con gli stessi vestiti.
Ma può riproporre meccanismi umani e politici simili.
La ricerca esasperata del nemico.
La trasformazione dell’avversario in qualcuno che non merita rispetto.
La glorificazione dell’uomo forte.
L’idea che le regole siano soltanto ostacoli.
La convinzione che un po’ di violenza sia accettabile se serve alla propria causa.
E infine la disponibilità ad accogliere persone discutibili perché possono risultare utili nella conquista del consenso.
È su questi elementi che vale la pena mantenere alta l’attenzione.
Il problema non è essere “cattivi”
Presentarsi come “brutti, sporchi e cattivi” può persino essere una provocazione comunicativa.
Il problema nasce quando quella provocazione smette di essere soltanto comunicazione e comincia a diventare un criterio implicito di reclutamento politico.
Perché esistono persone che non aspettano altro che sentirsi autorizzate.
Persone che potrebbero interpretare l’aggressività politica non come metafora ma come metodo.
Ed esistono territori nei quali la reputazione personale conta moltissimo.
Dove tutti conoscono tutti.
Dove basta vedere alcune persone davanti a un gazebo o a un seggio perché un cittadino comprenda immediatamente chi stanno sostenendo.
È proprio lì che un leader politico dovrebbe essere ancora più prudente.
Perché magari nessuno ha ordinato nulla.
Magari nessuno ha chiesto intimidazioni.
Magari nessuno ha stretto alcun accordo.
Ma se il linguaggio utilizzato da quel movimento ha fatto credere a determinate persone che quello sia finalmente il posto politico nel quale il loro modo di esercitare potere è benvenuto, un problema esiste comunque.
Almeno politicamente.
Il rischio è tutto lì
Ed è forse questa la vera ricorrenza storica sulla quale dovremmo interrogarci.
Non aspettare necessariamente che qualcuno costituisca formalmente una squadra.
Non aspettare l’aggressione.
Non aspettare che arrivi una sentenza.
La domanda deve essere precedente.
Quale tipo di persone stiamo attirando nella politica?
E soprattutto:
perché si sentono attirate proprio da quel messaggio?
Una democrazia matura dovrebbe essere capace di porsi questa domanda senza trasformarla automaticamente in un’accusa penale.
Perché prevenzione politica e responsabilità penale sono due cose completamente diverse.
Per condannare qualcuno servono prove.
Per preoccuparsi di una dinamica politica basta invece osservare ciò che sta accadendo e domandarsi dove potrebbe condurre.
Ed è soprattutto nei quartieri popolari e nei territori più fragili che questa attenzione diventa fondamentale.
Perché lì la politica non vive soltanto nei talk show.
Vive nelle strade.
Nei bar.
Nei condomini.
Nei rapporti personali.
Nelle conoscenze.
Nella reputazione.
E anche nella paura.
Per questo i leader dovrebbero comprendere che aprire indiscriminatamente le porte non significa soltanto aumentare il numero dei sostenitori.
Significa anche assumersi la responsabilità di ciò che quei sostenitori faranno in nome, o apparentemente in nome, di quel movimento.
La storia italiana ci ha già mostrato quanto possa essere pericoloso accorgersene soltanto dopo.
Ricordarlo non significa sostenere che oggi stia tornando automaticamente il fascismo.
Significa qualcosa di molto più semplice:
capire i meccanismi attraverso i quali la violenza può entrare nella politica prima che la politica finisca per considerarla normale.



