Reggio Emilia – Nessun passo avanti verso la guida del centro-sinistra, né tantomeno l’ambizione di vestire i panni del “federatore”. A ventiquattr’ore dalla suggestione lanciata da Matteo Renzi, che dal palco della Festa dell’Unità aveva evocato un primo cittadino alla guida del fronte moderato del campo largo, Gaetano Manfredi sgombra il campo da equivoci. La sua bussola politica, ribadisce senza tentennamenti, resta Palazzo San Giacomo.
La replica a Renzi e il peso del mandato
«Se c’è da dare una mano ho sempre detto che l’avrei data, ma io faccio il sindaco di Napoli ed è questa la mia idea fondamentale», precisa la fascia tricolore partenopea. Davanti all’ennesima riproposizione dell’etichetta di mediatore d’area, l’ex ministro allarga le braccia: «Questa parola mi insegue da mesi, ma non so a cosa si pensi. La priorità resta il mio impegno per la città».
Sul perimetro del centro e sui rumors che lo vorrebbero al tavolo nazionale, Manfredi bolla il dibattito attuale come prematuro: «Al momento non c’è il tavolo, non c’è chi vi siede e non è chiaro chi si dovrebbe rappresentare. Parliamo ancora di politica virtuale. Quando ci sarà uno schema concreto valuteremo il da farsi, con la consapevolezza che serve generosità e nessuno deve mettere se stesso al centro del proprio destino».
Il rifiuto delle alchimie e la voce dei territori
La smentita diventa ancora più netta sul fronte delle consultazioni interne. Manfredi esclude qualsiasi discesa in campo: «Tutti parlano di me a mia insaputa. Non mi candido assolutamente alle primarie perché ho preso un impegno solenne con i napoletani e intendo mantenerlo fino in fondo».
Più che le geometrie di vertice, il sindaco rivendica il valore pragmatico delle amministrazioni locali: «Se devo dare un contributo, porterò la voce e le idee dei sindaci, che non sono né di centro né di sinistra, ma appartengono ai cittadini. Le alchimie di palazzo, sinceramente, non mi interessano».
L’allarme sull’unità della coalizione
La riflessione tocca infine il metodo di selezione della futura leadership progressista. Lo strumento dei gazebo viene promosso solo a patto che preservi la coesione: «Le primarie sono un esercizio di democrazia e ben vengano se aiutano a stare meglio insieme. Ma se devono trasformarsi in un regolamento di conti interno, non solo sarò contrario: non andrò neanche a votare».
L’obiettivo finale, conclude Manfredi, deve rimanere la competitività elettorale contro la maggioranza: «Confido nel buonsenso dei nostri leader per individuare la figura più forte. Le primarie sono solo un mezzo per raggiungere il traguardo che conta davvero: vincere le elezioni ed evitare che la destra si elegga il presidente della Repubblica».



