C’è qualcosa che si è rotto nel calcio. E in Italia, forse più che altrove, quella crepa è diventata ormai una voragine.
Lo si percepisce nelle cose più semplici. Nella poca voglia di gridare “gol”. Nel trasporto che si è affievolito. Nelle discussioni del lunedì mattina che non sono più quelle di una volta. Nel tifoso che segue la propria squadra quasi per abitudine, ma spesso senza quella febbre che trasformava novanta minuti in un pezzo della propria settimana.
Non è soltanto nostalgia.
È la conseguenza di un processo durato anni: il calcio ha progressivamente smesso di essere prima di tutto uno sport ed è diventato soprattutto un business.
E quando il denaro, invece di essere uno strumento, diventa il fine principale, prima o poi qualcosa perde l’anima.
Il calcio italiano ha imboccato da tempo una lenta linea di caduta che non riguarda soltanto i risultati internazionali, gli stadi o la qualità tecnica. È un impoverimento molto più profondo: culturale, sociale, emotivo.
Ci sono società trasformate in piccoli regni personali, presidenti che sembrano padri padroni impossibili da mettere in discussione finché il giocattolo continua a produrre denaro, dirigenti che ragionano soltanto in termini di plusvalenze, procuratori, intermediari, sponsor, diritti televisivi e ricavi.
Poi ci sono i calciatori.
Ragazzi di vent’anni che possono arrivare a guadagnare cifre che una persona normale non accumulerebbe nemmeno in diverse vite.
Ed è proprio qui che il discorso diventa più delicato.
Non c’è nulla di sbagliato nel premiare il talento. Chi possiede qualità eccezionali, produce spettacolo e genera enormi ricavi ha diritto a essere pagato molto. Ma esiste una domanda che il calcio moderno sembra non voler più fare: esiste anche una responsabilità sociale legata a una ricchezza così enorme?
Guadagnare tre milioni di euro all’anno invece di due, per chi si trova già a quei livelli, cambia davvero la qualità della vita?
Probabilmente molto meno di quanto quel milione potrebbe cambiare la vita di centinaia o migliaia di altre persone.
Potrebbe sostenere la ricerca. Finanziare un reparto ospedaliero. Aiutare una scuola. Creare borse di studio. Sostenere associazioni. Ridare dignità a famiglie in difficoltà. Finanziare strutture sportive nei quartieri più poveri. Permettere a bambini che non possono permetterselo di praticare sport.
Non si tratta di pretendere che un calciatore consegni i propri guadagni alla collettività.
Si tratta di recuperare un concetto molto più semplice: la consapevolezza della propria fortuna.
Ci sono, naturalmente, calciatori che fanno beneficenza, sostengono associazioni e utilizzano la propria notorietà per cause importanti. Sarebbe profondamente ingiusto ignorarli.
Ma troppo spesso ciò che il calcio contemporaneo mette in mostra è un altro modello: automobili da centinaia di migliaia di euro, orologi, ville, vacanze, lusso ostentato, contratti pubblicitari e una continua ricerca della monetizzazione.
Come se l’unico obiettivo fosse accumulare il più possibile durante i pochi anni di carriera.
Nel frattempo un poliziotto può rischiare la vita per uno stipendio normale.
Un medico passa una notte intera in pronto soccorso cercando di salvare persone.
Un operaio entra ogni mattina in fabbrica senza sapere se tra qualche mese quella fabbrica esisterà ancora.
Un insegnante ha nelle proprie mani la formazione di decine di ragazzi e spesso lavora con mezzi insufficienti.
Sono lavori diversissimi e non avrebbe senso paragonarli economicamente in maniera semplicistica.
Ma la sproporzione tra il valore sociale di certe professioni e la ricchezza prodotta dal calcio dovrebbe almeno costringerci a riflettere.
Perché un grande calciatore potrebbe diventare qualcosa di molto più importante di un atleta ricco.
Potrebbe diventare un punto di riferimento.
Una persona che dice: “Sono stato fortunato. Il mio talento mi ha dato moltissimo. Adesso voglio restituire qualcosa.”
In quel momento smetterebbe di essere percepito come un personaggio appartenente a un mondo lontanissimo e tornerebbe a essere parte della comunità.
Ed è forse proprio questa distanza una delle ragioni per cui il calcio emoziona meno.
Una volta il campione appariva straordinario, ma allo stesso tempo sembrava appartenere alla stessa società del tifoso.
Oggi molti protagonisti sembrano vivere dentro una bolla.
Il tifoso paga l’abbonamento televisivo.
Paga il biglietto.
Paga la trasferta.
Paga la maglia.
Paga il merchandising.
E continua a sentirsi dire che quello è il prezzo necessario per sostenere il calcio moderno.
Poi magari arriva alla fine del mese facendo i conti con bollette, mutuo, spesa, figli e stipendi che non crescono.
È difficile costruire appartenenza quando la distanza economica diventa una voragine.
Ed è difficile parlare di calcio popolare quando una maglia ufficiale può trasformarsi in una spesa importante per una famiglia.
Per un padre o una madre comprare la maglia della squadra al proprio figlio non è semplicemente acquistare un prodotto.
È regalargli appartenenza.
È dirgli: “Questi sono i nostri colori”.
Perché allora non immaginare un merchandising più accessibile?
La maglia premium può continuare a esistere. Ma accanto potrebbe esserci una linea ufficiale più economica, realizzata con materiali meno costosi ma comunque dignitosi e autentici.
Maglie, sciarpe e gadget pensati davvero per tutte le tasche.
Non obbligare implicitamente una famiglia a scegliere tra spendere una cifra importante oppure comprare un prodotto contraffatto.
Anche questo sarebbe buonsenso.
Una parola semplicissima, diventata quasi rivoluzionaria nel calcio moderno.
Per capire quanto sia cambiato il rapporto tra calcio e persone basta entrare in un bar.
Fino a qualche decennio fa il lunedì mattina era quasi un supplemento del campionato.
Si litigava.
Si discuteva.
Si analizzava il rigore non dato, il gol sbagliato, l’allenatore, la formazione.
Si poteva parlare per ore di una partita.
Oggi molto più spesso si sente dire:
“È sempre la stessa storia”.
Oppure:
“Non sono riuscito nemmeno a vederla bene perché lo streaming si bloccava”.
Sembra quasi una battuta, ma dentro quella frase c’è una fotografia perfetta del calcio contemporaneo.
Una volta magari la partita non la vedevi affatto.
La ascoltavi alla radio.
Eppure una voce, un rumore di fondo e l’immaginazione riuscivano a trasmettere più emozione di tante partite moderne guardate in alta definizione.
Perché la tecnologia può migliorare l’immagine.
Non può creare la passione.
Quella nasce dal senso di appartenenza.
Nasce quando senti che quella squadra rappresenta qualcosa di te.
Quando riconosci nei calciatori, nella società e nello stadio un pezzo della tua città e della tua comunità.
Il vero problema, allora, non è soltanto economico.
È culturale.
È la mentalità dell’intero sistema.
Perché anche il presidente più illuminato può trovarsi intrappolato dentro un meccanismo che pretende continuamente nuovi ricavi.
Il procuratore vuole guadagnare.
Il calciatore vuole guadagnare.
La famiglia del calciatore vuole massimizzare il contratto.
La società vuole aumentare fatturato e valore.
Le televisioni vogliono abbonamenti.
Gli sponsor vogliono visibilità.
Le piattaforme vogliono utenti.
Ognuno, preso singolarmente, può perfino avere una propria logica.
Ma mettendo insieme tutti questi interessi si crea un sistema in cui il tifoso rischia di essere considerato soprattutto un cliente.
Ed è lì che il calcio perde.
Perché il tifoso non è un cliente qualsiasi.
Il cliente cambia supermercato quando trova prezzi migliori.
Il tifoso spesso resta legato alla propria squadra per tutta la vita.
E proprio questa fedeltà è stata troppo spesso data per scontata e trasformata in qualcosa da monetizzare.
Biglietti, abbonamenti, maglie, pay-tv, piattaforme, pacchetti, trasferte.
Sempre qualcosa da pagare.
Sempre un nuovo ricavo da inseguire.
Sempre una percentuale di crescita da presentare.
Ma fino a quando?
Un sistema può crescere economicamente mentre muore emotivamente.
Ed è forse questo il rischio più grande del calcio italiano.
Non serve tornare artificialmente al passato.
Quel calcio non tornerà e probabilmente non sarebbe nemmeno possibile ricrearlo.
Serve però recuperare ciò che del passato funzionava: il senso della misura, la vicinanza alle persone, il rispetto del tifoso, il valore sociale dello sport.
Serve soprattutto buonsenso.
Servirebbero società capaci di dire che non tutto ciò che può essere monetizzato deve necessariamente esserlo.
Calciatori capaci di comprendere che essere campioni significa anche essere osservati da milioni di ragazzi.
Dirigenti capaci di capire che una squadra di calcio non è soltanto un’azienda.
Istituzioni sportive capaci di costruire regole che rendano il sistema più sostenibile.
E servono anche tifosi più consapevoli.
Perché continuiamo spesso a lamentarci del calcio moderno mentre contemporaneamente ne alimentiamo ogni eccesso.
Pretendiamo acquisti da cento milioni.
Vogliamo il grande campione.
Chiediamo stipendi enormi pur di convincerlo a firmare.
Poi denunciamo il sistema quando ci presenta il conto.
Il cambiamento deve partire anche da noi.
Dobbiamo tornare a chiedere alle società non soltanto vittorie, ma identità.
Non soltanto campioni, ma rispetto.
Non soltanto trofei, ma appartenenza.
E soprattutto dobbiamo pretendere dalla politica e dalle istituzioni sportive regole che restituiscano equilibrio a un ambiente che sembra aver dimenticato il significato stesso della parola sport.
Il calcio non è ancora morto.
Se lo fosse, non ci farebbe arrabbiare così tanto.
Non proveremmo nostalgia.
Non discuteremmo di ciò che dovrebbe essere.
Probabilmente siamo ancora in tempo.
Ma il calcio italiano è arrivato molto vicino al capolinea di un modello.
Continuare a spremere lo stesso sistema sperando che produca sempre più denaro significa soltanto allontanare ancora di più le persone.
Bisogna cambiare mentalità prima ancora che regolamenti.
Ricordarsi che dietro ogni bilancio esistono tifosi.
Dietro ogni maglia venduta esiste un bambino che sogna.
Dietro ogni curva esiste una comunità.
Dietro ogni gol dovrebbe esserci ancora qualcuno disposto ad alzarsi dal divano e gridare.
Perché nel momento in cui davanti a un gol della propria squadra resteremo seduti pensando soltanto che “tanto è sempre la stessa cosa”, il problema non sarà più sapere chi ha vinto il campionato.
Avremo perso qualcosa di molto più importante.
Avremo perso il calcio.









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