Il caso via Zanardelli

Arzano, la strada-bunker in mano alla camorra: il guscio impunito di via Zanardelli

Dalla villa abusiva del boss della 167 all'abbattimento del palazzo pericolante che paralizza la viabilità: l'assenza delle istituzioni trasforma il centro storico di Arzano in una roccaforte dei clan.
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Arzano – Il “feudo” urbano della camorra ancora chiuso dopo i lavori di abbattimento di un palazzo pericolante: lo strano caso di via Zanardelli. A Arzano, via Giuseppe Zanardelli è una strada stretta utilizzata come buen ritiro dal clan Amato-Pagano oggi e, ancor prima, della nco di Raffaele Cutolo e del clan Moccia. Teatro di omicidi eccellenti, si è trasformato da qualche decennio in un vero e proprio ghetto per l’assenza delle istituzioni e del benché minimo alito di normalità.

Il feudo del clan e le telecamere distrutte

In questo dedalo di viuzze, giusto per chi non conoscesse la storia recente, sotto gli occhi di tutti ancora sorge e tranquillamente abitata (dopo diverse denunce giornalistiche e ordinanze non ottemperate) la villa di un boss del clan della 167 con tanto di giardino e piante esotiche. Di fronte, il palazzo di tre piani abbattuto in danno dal Comune su input della commissaria prefettizia Rodà ma che non ha risolto il problema della viabilità con i new jersey che ancora bloccano l’accesso.

Ma per capire che via Zanardelli “ospita” gli uomini della camorra, la distruzione della telecamere della videosorveglianza cittadina appena qualche anno fa. Uomini incappucciati, con auto e targa coperta, misero in atto il blitz. Non è difficile intendere, che le telecamere dessero fastidio ai boss e agli uomini dei clan che proprio in zona gestirebbero anche una fiorente piazza di spaccio H24. E le strade chiuse come via Annunziata che interseca con via Zanardelli, rendono vita difficile a carabinieri e polizia e proteggono il sottobosco di illegalità con fili volanti dell’energia elettrica.

L’ombra della NCO e il killer “O’ Pazzo”

La storia che ha marchiato il centro storico parte da lontano tanto che in città se ne parla ancora. Ieri come oggi il conflitto a fuoco tra la polizia e Sergio Bianchi alias o’pazzo nel 1983, sicario fra i più spietati alle strette dipendenze di Pasquale Scotti – capo dell’ala militare del gruppo di Raffaele Cutolo – che lo aveva fatto capo zona di Arzano, è ancora impresso nella mente.

Secondo i tanti racconti di collaboratori di giustizia, questi usciva la mattina e incassava la “taglia” su ogni persona della Nuova famiglia, “prendendosi tre milioni a cadavere e ne ammazzava due o tre al giorno”, dirà di lui il boss Franco Pino ormai pentito. A dare ulteriore lustro alla sua cattiva fama, ci sono anche le parole che gli dedica Pasquale Barra “O animale”.

Di Bianchi, Barra dirà durante un processo: “Sparava come un dio e non gliene fotteva niente di nessuno”. Nel 1981 – raccontano e scrivono le carte giudiziarie- , “per sfuggire ai nemici e alla polizia, O Pazzo sverna in Calabria insieme ad altri tre camorristi e si mette al servizio di Nelso Basile, il boss di San Lucido”.

La scia di sangue nel centro storico

Via Zanardelli, nel 1988, è teatro di un’altra mattanza: l’uccisione dei fratelli Agrippino e Giuseppe Aruta legati al clan Moccia e tanti altri.

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