Napoli – C’è stato un momento, tra le strade di cemento e i rioni popolari di Napoli Est, in cui il fantasma di una nuova e sanguinosa guerra di camorra ha rischiato di materializzarsi. Un conflitto senza quartiere, innescato dalla più antica delle leggi criminali: la vendetta.
Tutto ruota attorno all’omicidio di Antonio Maione e a una scia di sangue che minacciava di travolgere la generazione successiva.
Oggi, i contorni di quell’abisso sfiorato emergono nitidi dalle carte dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Nicola Marrone. Un documento che ha messo fine alla latitanza del boss Roberto Mazzarella, ricercato per oltre un anno e catturato alla vigilia di Pasqua tra i lussi di un resort a Vietri sul mare.
Ma più che la cronaca di un arresto, l’ordinanza è una spietata radiografia delle dinamiche criminali di San Giovanni a Teduccio, raccontata in presa diretta da chi, di quel sistema, faceva parte: i collaboratori di giustizia.
Il summit a casa del “Pirata”: la paura e la mediazione
È il 14 dicembre 2023 quando il pentito Umberto D’Amico, ex esponente di spicco del cartello D’Amico-Mazzarella, e figlio di Luigi ‘o lione si siede davanti ai magistrati per ricostruire i giorni ad altissima tensione della primavera del 2018. L’innesco della potenziale mattanza è il terrore di un giovane: Gabriele Amodio, figlio di Clemente (ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio Maione). Gabriele sa di avere gli occhi addosso, sa che il figlio della vittima, Emanuele, affiancato dall’amico Alessio Bossis (poi ucciso a Volla nel 2022), lo sta braccando per pareggiare i conti.
Per evitare un bagno di sangue che avrebbe attirato l’attenzione delle forze dell’ordine e destabilizzato gli affari, i vertici del clan convocano un summit d’urgenza. Teatro dell’incontro è l’abitazione in Via Nuova Villa 159, roccaforte di Salvatore D’Amico, il famigerato boss noto negli ambienti criminali come “il pirata”.
“Noi, gruppo D’Amico/Mazzarella, mettemmo pace in una situazione pericolosa”, racconta a verbale Umberto D’Amico. “Venne da noi Gabriele, il figlio di Clemente Amodio. Ci disse che aveva capito che il figlio di Maione Antonio e Bossis Alessio volevano ucciderlo per vendicarsi. Convocammo presso la casa di D’Amico Salvatore ‘il pirata’, Maione Vincenza – sorella del defunto Antonio – e De Stefano Luisa per risolvere la questione”.
La scena descritta è degna della migliore cinematografia di genere, ma è cruda realtà. Da una parte i colonnelli del clan, dall’altra le donne della famiglia Maione. I ragazzi vengono tenuti fuori dalla stanza. A condurre le trattative è “il pirata”.
“Mio zio fece presente alle due donne che non aveva senso che venisse ucciso il figlio di Clemente Amodio perché lui era giovane e non c’entrava nulla con l’omicidio commesso dal padre”, prosegue il pentito. “Disse frasi del tipo: ‘Le cose dei grandi rimangono cose dei grandi, che c’entrano i ragazzi con queste cose? Al limite, aspettate che esce dal carcere Clemente e prendetevela con lui!’. Le due donne immediatamente si dissero d’accordo senza fare questioni”.
La stretta di mano negata e le confessioni in carcere
Raggiunto l’accordo tra gli adulti, vengono fatti entrare i giovani. È il momento di sancire la “pax mafiosa”. Salvatore D’Amico è perentorio: “Dobbiamo levare questo bordello da mezzo” intima ai ragazzi, ribadendo che Gabriele, all’epoca dei fatti di sangue, era solo un bambino. Viene chiesto loro di stringersi la mano. Ma l’odio non si cancella con un ordine.
“Ricordo perfettamente che il figlio del Maione non volle dare la mano a Gabriele Amodio, anche se assicurò che la questione era chiusa. Disse: ‘La cosa finisce qua’, e poi rivolgendosi a D’Amico Salvatore aggiunse: ‘La mano non gliela voglio dare perché suo padre ha ucciso mio padre'”.
Le confessioni dietro le sbarre e il patto di sangue
Quella pax mafiosa, imposta per evitare un bagno di sangue tra ragazzini, diventa vanto per i vertici del clan. Nel maggio 2019, nel carcere di Secondigliano, le celle sono aperte. Umberto D’Amico è recluso insieme allo zio “il pirata” e, per una casualità dovuta a un permesso, c’è anche Clemente Amodio, trasferito temporaneamente dalla Sardegna.
“Mio zio raccontò al Clemente che aveva ‘apparato’ una situazione rischiosa per il figlio,” continua D’Amico. “Gli disse: ‘Tuo figlio ha rischiato di morire per causa tua, perché tu hai ucciso Antonio Maione e il figlio voleva fare male a Gabriele’. Lui ci ringraziò e non disse altro.”
Ma perché Clemente Amodio aveva ucciso Antonio Maione? La risposta, per gli inquirenti, risiede in una vecchia sentenza del 2009 e nelle intercettazioni ambientali. Amodio, descritto univocamente dai testimoni oculari del delitto come “o’ luongo” (l’alto), non era un semplice affiliato.
Era l’uomo di strettissima fiducia di Roberto Mazzarella, destinatario delle estorsioni (“mesate”) e negoziatore per il traffico di droga. Il suo movente per entrare nel clan era viscerale: vendicare la morte di Salvatore Mazzarella. Un legame a doppio filo che lo rende il braccio armato perfetto per il vertice.
I mandanti e i killer: la verità della “Pazzignana”
Il cerchio si chiude di recente. È il 17 settembre 2024 quando Luisa De Stefano, esponente di spicco dell’alleanza De Luca Bossa-Minichini e cugina della vittima, depone nel processo a suo carico. La “pazzignana”, già condannata a 14 anni con le attenuanti per la collaborazione, squarcia definitivamente il velo sull’agguato avvenuto nella salumeria Zaccaro.
Il suo racconto è crudo e va dritto al cuore della struttura di comando: “Ho saputo dei responsabili dell’omicidio dopo poco da mia zia Maria Rosaria, madre di Antonio, che a sua volta lo ha appreso dai vertici del clan Sarno. Mia zia mi riferì che Clemente Amodio ha agito d’accordo, anzi, su ordine di Roberto Mazzarella per vendicare la morte del padre di quest’ultimo.”
La dinamica ricostruita dalla donna, confermata dai testimoni presenti nel locale al momento dell’esecuzione, è da manuale del sicariato.
“I ragazzi presenti in salumeria ci dissero che arrivarono due motorini con a bordo due persone ciascuno. Riconobbero Clemente Amodio a bordo di un motorino, guidato da Demetrio Zamberletto. Per quello che mi hanno riferito, Demetrio, mentre Clemente entrava per sparare, bloccava la porta secondaria dall’esterno per impedire la fuga.”
Sui mandanti, la De Stefano non ha dubbi. Nonostante la statura criminale di Mazzarella, la donna precisa le gerarchie di quell’azione di fuoco:
“Escludo che tra gli autori materiali vi fosse Roberto Mazzarella. Lui ha avuto il ruolo del mandante. Dissi a mio figlio che Roberto Mazzarella era il mandante dell’omicidio.”
Oggi, con Mazzarella dietro le sbarre dopo la fuga interrotta nel lusso della costiera amalfitana e i vertici di fuoco smascherati dalle dichiarazioni incrociate, l’ordinanza del gip cristallizza la fine di un’era per la camorra di San Giovanni a Teduccio. Restano le carte processuali: freddi resoconti di padri che ordinano la morte, figli che cercano vendetta, e madri costrette ad accettare accordi pur di non dover piangere altre bare.
(nella foto da sinistra Il boss Salvatore D’Amico ‘o pirata, Luisa De Stefano ‘ a pazzignana, Vincenza Maione, Gabriele Amodio, Roberto Mazzarella e il pentito Umbero D’Amico)







leggendo l’articolo mi pare una cronaka fredda, ma mi semblà che ci sonon tanti particolari confusi e nomi mischiatti, NapoliEst sembra un mondo a parte, la pax dicono era fatta ma i ragazzi no volevano stringer la mano, il tempo passa e le carte restono, i processi van0 avanti ma la memoria resta confusa e piena di buchi