

Gioacchino Amico e Giorgia Meloni, il selfie della discordia
Milano – «Mi è arrivata la tessera di partito… Fratelli d’Italia». È il 16 giugno 2020 quando la voce di Gioacchino Amico, registrata dalle microspie della DDA di Milano, rompe il diaframma tra il mondo di sopra e il mondo di sotto.
Amico non è un cittadino qualunque: per gli inquirenti è il referente del clan Senese in Lombardia, il “colonnello” che sedeva allo stesso tavolo con gli emissari di Matteo Messina Denaro e i capi della ’ndrangheta per dare vita a “Hydra”, un mostro a più teste capace di unire le tre grandi mafie in un unico consorzio d’affari.
Oggi Amico è un collaboratore di giustizia. I suoi verbali, depositati agli atti del processo in corso a Milano, aprono uno squarcio inquietante sulla capacità di infiltrazione della criminalità organizzata nei gangli della politica nazionale e locale, partendo dalle stanze di via della Scrofa fino ai corridoi di Montecitorio.
L’ambizione di Amico non si fermava al controllo del territorio o ai traffici illeciti. L’uomo dei Senese voleva farsi istituzione. Nelle conversazioni con Raimondo Orlando, anch’egli indagato, Amico pianificava la conquista di Canicattì, sua terra d’origine. Il piano era chiaro: un “apparentamento” elettorale con Fratelli d’Italia per blindare un assessorato.
Ma l’influenza del boss pentito si estendeva ben oltre la Sicilia. In Lombardia, Amico puntava alla poltrona di sindaco di Busto Garolfo, nel Milanese. E per farlo, si muoveva come un navigato lobbista.
Non guardava solo a destra: chiedeva ai suoi contatti romani di agganciare parlamentari del Partito Democratico o del Movimento 5 Stelle, sperando di arrivare ai vertici di Asia Napoli s.p.a., l’azienda partenopea dei rifiuti. Un interesse, quello per l’immondizia, che conferma il fiuto della “Holding Hydra” per i settori dove il denaro pubblico scorre a fiumi.
Le rivelazioni della trasmissione Report hanno aggiunto un carico visivo a un’indagine già pesantissima. Un selfie del 2 febbraio 2019 ritrae una sorridente Giorgia Meloni all’Hotel Marriott di Milano. Accanto a lei, in prima fila, c’è Gioacchino Amico. All’epoca non era indagato per mafia, ma il suo curriculum non era certo immacolato: una condanna definitiva per ricettazione e precedenti per truffa e associazione a delinquere.
Secondo i collaboratori e le ricostruzioni giornalistiche, Amico non era un semplice “imbucato”. Alcuni dirigenti apicali del partito avrebbero saputo perfettamente chi fosse quell’uomo che si muoveva con disinvoltura tra i militanti. Ma il dettaglio più scabroso riguarda l’accesso al Parlamento.
Amico sostiene di aver avuto a disposizione un tesserino che gli consentiva di entrare e uscire dalla Camera dei Deputati senza essere identificato. Un “pass-partout” istituzionale per il rappresentante di un clan sanguinario.
“La crescita imprenditoriale delle mafie passa attraverso i rapporti con la politica, infiltrando l’apparato istituzionale per inquinare il tessuto economico.” — Dall’informativa DDA 2023.
In mattinata la replica della premier con un messaggio sui social. “Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova.
Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento. Differenze”, ha scritto Giorgia Meloni affermando che “oggi la ‘redazione unica’, composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report, mostra una mia foto con un esponente della criminalità organizzata per sostenere la bizzarra tesi di una mia vicinanza ad ambienti malavitosi”.
“Inoltre – ha rimarcato la presidente del Consiglio -, questi signori fanno un pirotecnico collegamento con le vicende di mio padre, per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata. Ma questi imparziali e onesti giornalisti sanno benissimo che con mio padre ho interrotto ogni rapporto all’età di 11 anni.
Così come sanno benissimo che, in decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie. E ciò vale per chiunque faccia politica e stia in mezzo alla gente. E sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni o attacchi contro altri esponenti politici colti nelle stesse circostanze”.
“Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo – aggiunge Meloni -. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova. Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento. Differenze. Ma a questi ‘professionisti dell’informazione’ non importa niente. Tutto serve a gettare fango nel ventilatore e a fare da grancassa mediatica agli interessi di partito. Nessun giornalismo, solo politica. Poco importa. Non sono una persona che si fa intimidire dagli squallidi attacchi di gente in malafede”.
L’informativa “Hydra”, migliaia di pagine che mappano il cosiddetto “capitale sociale” delle cosche, elenca una quindicina di politici in rapporti – a vario titolo e senza essere indagati – con il boss pentito.
Spiccano i nomi di due esponenti di primo piano di Fratelli d’Italia: Paola Frassinetti (Sottosegretaria all’Istruzione) e Carmela “Ella” Bucalo (Senatrice e componente della Commissione Cultura). Secondo gli atti, Amico avrebbe avuto contatti frequenti con le loro assistenti romane.
Il catalogo delle relazioni di Amico e dei suoi sodali è un who’s who del centrodestra lombardo e veneto:
Pietro Tatarella: ex consigliere regionale di Forza Italia.
Monica Rizzi: ex assessore regionale e fondatrice del Grande Nord.
Roberto Caon: ex deputato (Lega e Forza Italia).
Angelo Rocchi: ex sindaco di Cologno Monzese (Lega).
Cesare Francesco Nai: sindaco di Abbiategrasso.
Anche Paolo Errante Parrino, considerato il punto di raccordo con la mafia trapanese di Messina Denaro, vantava contatti con amministratori locali come Giovanni Sparacia (Forza Italia) a Gallarate.
L’inchiesta coordinata dai pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane descrive una mafia che ha smesso di sparare per iniziare a votare e a far votare. Non c’è più bisogno di minacce quando si può offrire un pacchetto di voti in cambio di un bando truccato, di un contatto privilegiato in una partecipata o di una corsia preferenziale per un appalto.
Gioacchino Amico era l’uomo del dialogo. È riuscito a far sedere allo stesso tavolo i siciliani, i calabresi e i campani del clan di Michele ‘o pazzo, il boss di Roma. Una “Santa Alleanza” che aveva trovato nella politica lombarda e nazionale non solo un interlocutore, ma a volte, come suggeriscono le indagini, una vera e propria sponda per legittimarsi.
Mentre il processo prosegue nell’aula bunker di Milano, resta l’interrogativo politico: come è stato possibile che un uomo con quel profilo potesse ottenere una tessera di partito e aggirarsi liberamente nei luoghi sacri della democrazia? La risposta, forse, è scritta tra le righe di quei “verbali omissati” che i magistrati stanno ancora analizzando.