Camorra, si è consegnato il ras Luciano Verdoliva, il ristoratore del clan D’Alessandro

Dopo la pronuncia della Cassazione, il 49enne si è costituito ai carabinieri. Indagato per associazione mafiosa, era il "cassiere" della cosca. Si chiude il sipario sulla sua doppia vita: dai presunti omicidi degli anni Duemila alla celebrità sui social, fino al party abusivo a base di champagne e fuochi d'artificio celebrato nel suo locale dopo un'assoluzione.
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Castellammare — Il verdetto della Corte di Cassazione è arrivato nel tardo pomeriggio, inesorabile. E lui, capendo che i margini di manovra erano ormai esauriti, non ha perso tempo.

Luciano Verdoliva, 49 anni, figura di spicco del clan D’Alessandro, si è presentato spontaneamente alla caserma dei carabinieri di Torre Annunziata accompagnato dal suo legale di fiducia. Sbrigate le formalità di rito, per il ras si sono aperte le porte del carcere di massima sicurezza di Secondigliano.

L’accusa che lo ha riportato dietro le sbarre, dopo una lunga e complessa battaglia giudiziaria, è di quelle pesanti: associazione a delinquere di stampo camorristico.

Il “Welfare” della camorra

Secondo le indagini dell’Antimafia, Verdoliva non era un gregario qualunque, ma un ingranaggio fondamentale nella macchina economica e logistica della cosca di Scanzano. Era lui l’uomo incaricato di gestire e distribuire agli affiliati gli “stipendi” del clan, garantendo quel welfare criminale necessario per mantenere la fedeltà delle truppe sul territorio.

Una scaltrezza, la sua, ampiamente nota negli ambienti criminali stabiesi, che per anni gli ha permesso di sgusciare tra le maglie delle inchieste, fino al pronunciamento definitivo degli Ermellini.

La doppia vita e lo show su TikTok

La figura di Verdoliva è emblematica delle moderne mutazioni della criminalità organizzata. Fino a ieri, il 49enne conduceva una vita apparentemente lontana dalle logiche di mala. Aveva dismesso i panni dell’uomo di camorra per indossare quelli del ristoratore di successo.

Il suo locale sul lungomare di Castellammare, “Le Tre Caravelle”, era diventato un punto di riferimento per gli amanti del pescato di qualità. Cavalli, cani di razza, video sui social per promuovere le prelibatezze della sua cucina: una vetrina perfetta e sfrontata.

Un’arroganza, quella del ras, sfociata in aperta ostentazione proprio a febbraio dello scorso anno. Subito dopo essere stato assolto con formula piena da un’accusa di omicidio — grazie al passo indietro in aula del “pentito” Ciro Sovereto — Verdoliva aveva infatti deciso di celebrare la scarcerazione organizzando una sfarzosa festa abusiva nel suo locale. Fiumi di champagne, fuochi d’artificio e un video diventato immediatamente virale su TikTok.

Un’esibizione di forza e impunità che si era trasformata in un boomerang: il locale era stato colpito da un blitz congiunto dei Carabinieri (compagnia locale, Nas e Nil) e degli ispettori dell’area metropolitana di Napoli. Il bilancio di quell’ispezione fu una vera e propria stangata per il ristoratore: un lavoratore in nero, dipendenti senza visite mediche, oltre 60 chili di cibo privi di tracciabilità sequestrati, una denuncia a piede libero e una maximulta da oltre 19mila euro.

L’ombra delle faide e i conti col passato

Sotto il grembiule da chef e dietro i sorrisi sui social, il passato da presunto killer e figlio di un boss non ha però mai smesso di proiettare la sua ombra. Suo padre, Giuseppe Verdoliva, era l’autista personale del defunto padrino Michele D’Alessandro e fu trucidato il primo giugno del 2004, evento che innescò una sanguinosa faida contro il gruppo scissionista degli ex cutoliani Massimo Scarpa e Michele Omobono.

Proprio in questo scenario di vendette incrociate si inserisce l’omicidio di Carmine Paolino, il cui cadavere fu ritrovato in strada da una passante nel marzo del 2005. Secondo le accuse, a premere il grilletto sarebbero stati Antonio Occidente (già detenuto) e lo stesso Luciano Verdoliva.

Paolino aveva commesso l’errore fatale di tradire i D’Alessandro alleandosi con gli scissionisti; un affronto imperdonabile che la cosca lavò col sangue, nonostante la vittima avesse tentato di riabilitarsi partecipando all’omicidio eccellente di Antonio Martone, cognato del defunto boss.

Un curriculum criminale denso, insomma, mascherato da una vita di successi imprenditoriali. Ma da ieri, le luci del palcoscenico social e i fornelli del ristorante si sono spenti per lasciare spazio al regime di massima sicurezza.

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