Forlì– Erano saliti su quell’ambulanza fidandosi. Anziani fragili, trasportati in quello che avrebbe dovuto essere il viaggio più sicuro possibile: dal letto di una struttura di cura a un ospedale del territorio, accompagnati da chi porta la croce rossa sul petto come simbolo di protezione e soccorso.
Invece, cinque di loro non sono mai tornati. E ora, a distanza di mesi, quei decessi — archiviati in silenzio come esiti infausti di pazienti già debilitati — si tingono di giallo cupo, trasformandosi nella più inquietante delle inchieste giudiziarie romagnole degli ultimi anni: un autista di ambulanza di 27 anni è iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Forlì con l’accusa di omicidio plurimo volontario.
Cinque morti. Cinque famiglie devastate. Un’ipotesi investigativa che, se confermata, disegnerebbe il profilo di un serial killer in camice — non nel senso romanzesco del termine, ma nella sua accezione più fredda e giuridica: qualcuno che avrebbe ucciso, deliberatamente, persone affidate alle sue cure, in quello spazio ristretto e invisibile che è l’abitacolo di un’ambulanza in corsa.
Febbraio-novembre 2025: i cinque decessi
I fatti coprono un arco temporale di nove mesi, dal febbraio al novembre 2025. Cinque pazienti anziani — di cui le identità restano ancora sotto riserbo, a tutela della dignità delle famiglie e dell’integrità delle indagini — sono deceduti durante o poco dopo il trasferimento in ambulanza da strutture di cura agli ospedali del comprensorio forlivese. Trasporti di routine, come si dice in gergo: nessuna emergenza conclamata, nessun codice rosso. Il tipo di servizio che i volontari della Croce Rossa svolgono centinaia di volte ogni giorno in tutta Italia, nell’anonimato rassicurante della quotidianità.
h3Ma in questi cinque casi, qualcosa è andato storto. O, peggio, qualcosa è stato fatto andare storto.
I decessi, avvenuti in successione nell’arco di quei nove mesi, non hanno subito destato sospetti: persone anziane, spesso già gravemente malate, che muoiono durante un trasporto medico rientrano — sulla carta — in una statistica tristemente plausibile. È stata una segnalazione anonima a cambiare il corso degli eventi, innescando l’inchiesta che ha ribaltato ogni certezza.
La segnalazione e l’intervento del Nas
Secondo quanto trapela da ambienti investigativi — l’inchiesta è coperta da stretto riserbo dalla Procura di Forlì — a far scattare le indagini sarebbero stati colleghi dell’indagato, che avrebbero sollevato dubbi sulla condotta del 27enne nel corso dei trasporti. Una voce, forse un sospetto maturato nel tempo, forse un’anomalia osservata casualmente: comunque una fonte interna al sistema stesso del soccorso.
La segnalazione è arrivata ai Carabinieri del NAS — il Nucleo Antisofisticazioni e Sanità, specializzato nelle indagini di settore medico e sanitario — che hanno avviato verifiche silenziose, senza clamore, come impone la delicatezza di un caso di questo genere. I militari del NAS di Bologna, coordinati dalla Procura di Forlì, hanno ricostruito passo dopo passo la catena dei decessi, incrociando documentazione medica, testimonianze e — elemento potenzialmente decisivo — le immagini delle telecamere installate a bordo delle ambulanze.
Sì, perché i mezzi di soccorso sarebbero stati dotati di sistemi di videosorveglianza interna: una misura di sicurezza sempre più diffusa nelle flotte di soccorso, pensata per tutelare operatori e pazienti. Quelle telecamere potrebbero aver registrato ciò che è accaduto nell’abitacolo durante i trasporti fatali. L’analisi dei filmati è in corso, e potrebbe rivelarsi il fulcro probatorio dell’intera indagine.
L’ipotesi dell’embolia: come sarebbero morti
Dagli ambienti investigativi filtra, con la cautela d’obbligo, una pista: i cinque anziani potrebbero essere stati uccisi attraverso l’induzione di una embolia, verosimilmente gassosa. Si tratta di una modalità omicidiaria nota in ambito medico-legale: l’iniezione di aria in vena provoca un’embolia fulminante, difficile da diagnosticare in assenza di autopsia e spesso confondibile con un collasso cardiocircolatorio spontaneo, particolarmente in soggetti anziani già fragili.
È per questo che la Procura ha disposto l’autopsia sul corpo dell’ultima paziente deceduta, una donna anziana morta a novembre 2025, la cui salma era stata restituita alla famiglia dopo il decesso. Il medico legale dovrà cercare tracce compatibili con questa ipotesi — microbolle nel circolo ematico, segni di iniezione — in un corpo che il tempo e le pratiche funebri hanno già in parte compromesso. Un lavoro difficilissimo, ma non impossibile.
Parallelamente, le autorità stanno valutando la riesumazione delle altre salme, per procedere con esami analoghi. Un iter lungo e doloroso, che imporrà alle famiglie di riaprire ferite che si credevano chiuse.
Il 27enne: chi è l’indagato
L’uomo — 27 anni, residente in provincia di Forlì-Cesena — prestava servizio come operatore volontario presso il Comitato della Croce Rossa di Bertinoro e Forlimpopoli, piccolo centro della Romagna a pochi chilometri dal capoluogo. Un profilo apparentemente ordinario: giovane, volontario, inserito nel tessuto sociale del territorio. Nessun precedente noto, nessuna bandiera rossa nel suo curriculum di servizio — almeno in apparenza.
L’uomo è attualmente indagato a piede libero: la Procura, pur iscrivendolo nel registro degli indagati con la pesantissima accusa di omicidio plurimo volontario, non ha ritenuto sussistere esigenze cautelari che ne richiedessero l’arresto o la restrizione. Per il momento, dunque, vive la sua vita quotidiana mentre l’inchiesta avanza.
Attraverso i propri legali, il 27enne respinge ogni addebito e si dichiara estraneo ai fatti contestati. La sua difesa poggerà verosimilmente sulla natura già critica delle condizioni di salute delle vittime e sull’assenza, allo stato, di prove dirette e inconfutabili.
La Croce Rossa: “Sospeso, siamo a disposizione”
La reazione della Croce Rossa Italiana è stata rapida e netta. L’associazione ha dichiarato di essersi “messa subito a disposizione delle forze dell’ordine e delle autorità per collaborare alle indagini” e di aver provveduto, “appena avuta notizia, a sospendere in via cautelativa l’operatore”. Una mossa di trasparenza istituzionale, necessaria per tutelare l’immagine di un’organizzazione che conta oltre 150.000 volontari attivi sul territorio nazionale.
La CRI tiene però a precisare che l’operatore “fin dai primi giorni successivi all’inizio delle verifiche non era in servizio” — un dettaglio che segnala come la sospensione formale sia arrivata al termine di un periodo in cui l’uomo era già di fatto inattivo. L’associazione auspica che le indagini “facciano piena chiarezza su quanto accaduto”, richiamando l’impegno quotidiano di migliaia di volontari che ogni giorno salvano vite in Italia.
Il caso rischia tuttavia di gettare un’ombra lunga sul sistema del soccorso volontario, sollecitando domande scomode sui protocolli di selezione e controllo degli operatori, sulla formazione psicologica e sulla sorveglianza interna.
Il dolore delle famiglie: “Vogliamo solo la verità”
La voce più straziante di questa storia ha un nome: Vittorio, figlio di una delle presunte vittime, la donna anziana morta a novembre 2025. Contattato dalla stampa, l’uomo non trattiene la commozione: “Abbiamo saputo dai nostri avvocati, perché in questo momento non siamo a Forlì, di questa indagine che riguarda la morte di nostra madre. Siamo sconvolti”.
Parole che riassumono il vissuto di cinque famiglie, tutte precipitate nell’incubo di dover rileggere un lutto già elaborato — o almeno così credevano — sotto una luce radicalmente diversa. “È una cosa enorme da accettare”, continua Vittorio. “Abbiamo piena fiducia nella Procura di Forlì e nel lavoro che sta facendo. Noi ci saremo fino in fondo per capire davvero cosa è successo e perché. Vogliamo solo la verità”.
Le famiglie delle presunte vittime sono assistite dagli avvocati Max Starni e Massimo Mambelli, due professionisti del foro romagnolo che seguiranno il procedimento sia nella fase delle autopsie che in quella eventuale del processo.
Il peso di una storia che scuote l’Italia
C’è qualcosa di particolarmente lacerante in questa vicenda, che la distingue da altri casi di cronaca nera. Le vittime erano anziani, quindi già vulnerabili. Il contesto era quello della cura, dell’assistenza, della fiducia riposta in chi indossa una divisa di soccorso. E il presunto carnefice era un giovane volontario — il profilo che, per definizione, rappresenta il bene, il dono di sé, la solidarietà.
Se le accuse dovessero trovare riscontro nelle prove, emergerebbe uno dei casi più gravi di violazione della fiducia terapeutica nella storia italiana recente. Un caso che interroga non solo la magistratura e le forze dell’ordine, ma l’intera società civile: chi controlla chi prende per mano i nostri anziani nel momento più fragile? Chi garantisce che quel viaggio in ambulanza sia davvero, come deve essere, un atto d’amore?
Le indagini sono in corso. La verità, come chiede Vittorio con voce spezzata, deve ancora emergere.
Fonte REDAZIONE














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