Terremoto a Secondigliano: tornano i boss del clan Licciardi

Dopo la scarcerazione di Giovanni Cesarano, si avvicina il ritorno in libertà di Pietro Licciardi. Il rientro dei colonnelli storici dell’Alleanza minaccia i fragili equilibri del Rione Kennedy: il timore degli inquirenti è una frattura violenta tra la "vecchia guardia" e i nuovi reggenti.
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Napoli – Le strade di Secondigliano tornano a farsi incandescenti. Il ritorno in libertà di Giovanni Cesarano, alias “Giannino o’ biondo”, non è solo una notizia di cronaca giudiziaria, ma un evento che rischia di agire da detonatore all’interno della Masseria Cardone.

Storico referente dell’Alleanza di Secondigliano e capo indiscusso del gruppo del Rione Kennedy, Cesarano riprende il suo posto in un momento di estrema fragilità per gli equilibri della camorra dell’area nord. Ma non è solo: all’orizzonte si profila il ritorno di un altro “pezzo da novanta”, Pietro Licciardi, evento che potrebbe ridisegnare – o spezzare definitivamente – la geografia del clan.

Il ritorno del “palestrato” e l’ombra della frattura

Giovanni Cesarano non è un nome qualunque. Considerato per anni il braccio destro dei Licciardi, la sua figura incarna il legame tra la tradizione militare del clan e la gestione politica del territorio. Dopo l’arresto nel 2007, il boss aveva già dimostrato di saper navigare tra le tempeste delle faide, trovando accordi persino con gli scissionisti per gestire porzioni di territorio a ridosso del bunker dei Di Lauro.

Tuttavia, il suo ritorno oggi avviene in un contesto mutato. Il rischio, evidenziato dagli analisti dell’Antimafia, è che la presenza di un leader carismatico della vecchia guardia possa entrare in rotta di collisione con le nuove leve o con chi, in questi anni di sua assenza, ha consolidato il potere. Una convivenza forzata che potrebbe scivolare rapidamente verso una frattura interna, trasformando il Rione Kennedy in una polveriera.

Il “metodo Cesarano”: dal lusso di Ischia allo Stato parallelo

La storia criminale di Cesarano racconta di un boss capace di mimetizzarsi e imporsi. Nel 2006 fece scalpore il suo allontanamento da Ischia: sorpreso a pranzare nella baia di Cartaromana, tentò di sfuggire ai controlli fornendo false generalità. Ma è l’inchiesta per estorsione che ne svelò la ferocia operativa.

Insieme a Francesco Feldi (poi vittima di un agguato), Cesarano aveva imposto una tangente da 50mila euro a un commerciante che aveva vinto una causa civile condominiale. Non era una semplice richiesta di “pizzo”, ma l’esercizio di uno “Stato parallelo”: la parte soccombente nella causa si era rivolta al clan affinché i boss “correggessero” la sentenza del tribunale con la forza dell’intimidazione. Un episodio che dimostra quanto profondamente il gruppo Cesarano sia radicato nel tessuto sociale della zona.

L’incognita Pietro Licciardi: il peso della vecchia gerarchia

A rendere il quadro ancora più instabile è l’imminente scarcerazione di Pietro Licciardi, fratello del fondatore Gennaro “’a Scimmia”. Licciardi, protagonista di una clamorosa latitanza finita a Praga nel 1999, è un simbolo vivente della “famiglia”.

Dopo anni di battaglie legali che hanno visto l’annullamento di una condanna all’ergastolo per duplice omicidio grazie al ricorso della difesa, il suo rientro a Secondigliano rappresenta l’ultima tessera di un mosaico esplosivo.

Il timore delle forze dell’ordine è che il contemporaneo ritorno di due figure di tale calibro possa creare una diarchia difficile da gestire. Se Cesarano e Licciardi non dovessero trovare una sintesi con le attuali articolazioni del clan, l’ipotesi di una scissione interna – già vissuta tragicamente da altri cartelli della zona – diventerebbe una certezza. Il rischio è che la “pace” di Secondigliano sia giunta al capolinea.

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