

Nell’immagine, un riferimento ai fatti narrati.
C’è un confine sottile tra la critica legittima e l’attacco gratuito. Un confine che, negli ultimi giorni, sembra essere stato superato da Andrea Scanzi nei suoi post social dedicati — più o meno esplicitamente — a Sal Da Vinci.
Sia chiaro: la critica fa parte del gioco. Fa bene alla musica, al dibattito pubblico e perfino alla politica. Ma perché sia credibile deve poggiare su competenza, misura e onestà intellettuale. Quando invece assume toni allusivi, pungenti e sistematicamente orientati a colpire non solo l’artista ma un intero immaginario culturale — quello napoletano e meridionale — allora il dubbio è legittimo: stiamo ancora parlando di critica o semplicemente di polemica calcolata?
Negli interventi recenti, il rosicamento — chiamiamolo con il suo nome più popolare — viene mascherato da analisi musicale, sociale e perfino politica. Il problema è che per muoversi con autorevolezza in questi ambiti servono competenze specifiche. Non basta l’opinione personale amplificata da Facebook.
Scanzi non è un critico musicale.
Non è un sociologo.
Non è un analista politico nel senso tecnico del termine.
È un giornalista — e anche bravo, quando resta nel suo campo — ma proprio per questo dovrebbe sapere quanto pesa la responsabilità delle parole, soprattutto quando si parla a platee vaste e già polarizzate.
Viene allora un dubbio, legittimo quanto scomodo: e se l’obiettivo fosse semplicemente farsi notare?
Nel nuovo ecosistema dei social, i contenuti più polarizzanti sono quelli che viaggiano di più. Lo sappiamo tutti. Lo sanno gli influencer, lo sanno i politici e lo sanno — eccome — anche i comunicatori più esperti. Il meccanismo è noto: si punge, si allude, si provoca. E l’algoritmo premia.
È la logica della tensione permanente, quella che qualcuno in politica ha già sfruttato con grande abilità — basti pensare alla macchina comunicativa soprannominata “la Bestia” costruita attorno a Matteo Salvini.
Se il fine è quello, allora molte cose tornano.
Questo editoriale non nasce per “rispondere” a Scanzi. Francamente, non ne vale la pena — e, come già detto, molti di noi non seguono neppure i suoi post se non quando vengono segnalati da lettori.
Il punto è un altro, molto più serio: giudicare è legittimo solo quando si hanno gli strumenti per farlo con credibilità. Altrimenti il rischio non è di colpire il bersaglio, ma di fare una brutta figura pubblica.
Sal Da Vinci può piacere o non piacere — è il bello della musica. Ma ridurre il suo successo a caricatura o bersaglio polemico significa non capire cosa rappresenta per una parte enorme di pubblico. E, soprattutto, significa sottovalutare Napoli e il Sud, che da sempre producono cultura popolare capace di parlare a milioni di persone.
La verità è che personaggi polemici sono sempre esistiti. E continueranno a esistere. Fa parte del rumore di fondo del dibattito pubblico.
La risposta più saggia, spesso, è la più semplice: ignorare.
Perché alla fine — e la storia del giornalismo lo insegna bene — il tempo è galantuomo. E separa sempre ciò che resta da ciò che era solo rumore momentaneo.
Sal Da Vinci continuerà a cantare.
Il pubblico continuerà a scegliere.
E il resto, molto probabilmente, verrà dimenticato.