Cronaca Napoli

Rione Berlingieri, i pentiti raccontano il «tesoro» dietro la statua di San Pio

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Se Raffaele Paone ha spiegato le alte sfere della contabilità criminale della piazza della “111” al rione Berlingieri, è Massimo Molino che ha portato gli investigatori nel cosiddetto nel fango della strada.

Le sue dichiarazioni sono alla base dell’inchiesta che due giorni fa ha portato in carcere 11 persone, smantellando la storica piazza. Dichiarazioni contenute nelle 170 pagine dell’ordinanza del gip Marco Giordano.

Pentitosi nel giugno 2021, Molino è stato fino al giorno prima del suo arresto un uomo di Luigi Carella, “Gigino ‘a gallina”. Conosce le strade di Secondigliano palmo a palmo, avendo militato prima nei Di Lauro, poi negli Scissionisti, infine nei Licciardi.

La geopolitica criminale che Molino disegna davanti ai magistrati è netta. La Vanella Grassi si occupa delle estorsioni al Perrone e al Berlingieri, mentre Carella controlla via Monte Faito e parte di Casavatore. Sulla droga, però, i confini si sfumano. Molti affari si chiudono al telefono, ma c’è un’eccezione, un presidio fisico inespugnabile: il civico 180 di via Monte Faito.

L’albero di Padre Pio e i turni di notte

L’organizzazione logistica della piazza della “111” è rigorosa, quasi militare, incardinata su legami familiari. A gestirla sono Antonio Bruno, il cognato Ciro Cardaropoli, il figlio di Bruno (Gennaro, detto “‘o brigante”, incaricato anche del contrabbando di sigarette) e Antonio Gemei.

Ma è nei dettagli operativi che il racconto di Molino, riscontrato poi dalle telecamere della Polizia di Stato, si fa inquietante, rivelando la profanazione di simboli religiosi per scopi criminali:

“Fino a mezzanotte lavorano su strada, dopo spacciano presso l’abitazione del Cardaropoli. Durante lo spaccio su strada, la droga è custodita presso dei giardinetti, nei pressi dell’albero detto di Padre Pio (dietro c’è una inferriata con una base di cemento), oppure in un vicoletto adiacente senza uscita.”

Il pedaggio mensile e i “factotum” del clan

Oltre alla divisione degli utili svelata da Paone, la piazza ha per anni pagato un pizzo diretto per la “tranquillità” sul territorio. Molino svela le cifre e i nomi di chi faceva il lavoro sporco per conto dei Licciardi:

“La piazza in questione paga 3.000 euro al mese al Carella, ed è attiva da 30 anni, e paga di volta in volta a chi comanda in zona. I 3.000 euro li veniva a ritirare, per conto della Gallina, ‘o russo, detto anche ‘a treglia (Francesco Marzano), persona fidata che andava direttamente da Antonio Bruno.”

Marzano, descritto come un “factotum” stipendiato a mille euro al mese, non si limitava a raccogliere i soldi della droga. Nelle parole dei pentiti emerge come una figura onnipresente, mandato in perlustrazione per scovare cantieri edili da taglieggiare, armato all’occorrenza, come quando i clan organizzarono una “stesa” (una sparatoria intimidatoria a bordo di scooter) per rispondere a uno sgarro, usando armi fornite direttamente dal boss Carella.

 I segreti inconfessabili

Massimo Molino e Raffaele Paone non sono due figure marginali in cerca di sconti di pena per reati minori. Sono uomini che hanno vissuto ai vertici del terrore napoletano, confessando crimini gravissimi.

Massimo Molino: dalla faida di Scampia alla verità

Molino porta sulle spalle il peso della storia camorristica dell’area nord. Il GIP lo definisce una “voce di dentro” qualificata. Nel suo curriculum criminale c’è la partecipazione (come supporto logistico) al duplice omicidio Riccio/Gagliardi del 2004, in piena faida tra i Di Lauro e gli Scissionisti. Per quei fatti è stato fondamentale per far condannare all’ergastolo capi storici come Ciro Di Lauro.

Ma a convincere definitivamente i giudici della sua onestà intellettuale c’è un episodio del 2020. Arrestato per il tentato omicidio di Gennaro Casaburi, Molino decide di pentirsi. Invece di confessare un crimine non suo per ingraziarsi i pm, si dichiara presente ma innocente per quel reato specifico, svelando i veri responsabili.

I giudici gli credono, lo assolvono dall’accusa di omicidio e condannano i veri esecutori. Un sigillo di credibilità assoluta. Al pm, Molino spiegherà così la sua scelta:

“Lo faccio per dare un taglio a questa vita sbagliata. Ho un figlio maschio e voglio dare un esempio di legalità”.

Raffaele Paone: dai vertici della Vanella ai droni in carcere

Se Molino è la storia, Paone è l’innovazione criminale. Esponente di spicco dell’articolazione della Vanella Grassi a San Pietro a Patierno, Paone è stato una figura apicale del clan fino al 2024. Le sue conoscenze sono aggiornatissime.

Non si limitava alle estorsioni e al narcotraffico classico. Come si legge nell’ordinanza, le sue dichiarazioni hanno permesso di svelare la nuova frontiera tecnologica della camorra: l’uso di droni fatti decollare dal campo nomadi adiacente per introdurre telefoni cellulari di ultima generazione e droga direttamente nelle celle del carcere di Secondigliano.

Conoscendo queste dinamiche aziendali complesse, le affermazioni di Paone sulla “spartizione aziendale” della piazza di Antonio Bruno al Rione Berlingieri sono state ritenute oro colato dagli inquirenti. Incrociando le memorie storiche di Molino con la contabilità aggiornata di Paone, e unendole ai sequestri della Polizia, la Procura ha chiuso il cerchio, assestando il colpo fatale a uno dei mercati neri più antichi e redditizi di Napoli.

( Nella foto i giardinetti dello spaccio al Rione Berlingieri e nei riquadri da sinistra Luigi Carella, Antonio Bruno, il figlio Gennaro, Ciro Cardaropoli e i due pentiti Raffaele Paone e Massimo Molino)

 

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Giuseppe Del Gaudio

Giuseppe Del Gaudio, giornalista professionista dal 1991. Amante del cinema d'azione, sport e della cultura Sud Americana. Il suo motto: "lavorare fa bene, il non lavoro: stanca"

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