

Nella foto, un elemento rappresentativo della vicenda.
Anche qui in redazione, da giornale indipendente e libero quale siamo, convivono sensibilità diverse su questo referendum. È giusto dirlo, è doveroso chiarirlo.
Il collega Paolo Marra, nel suo editoriale di qualche giorno fa, ha ricordato con forza perché, secondo lui, fosse importante votare SÌ alla riforma. Lo ha fatto partendo da uno dei casi più emblematici della storia giudiziaria italiana: quello di Enzo Tortora. Un errore giudiziario devastante, simbolo di un’epoca in cui la giustizia poteva prendere abbagli clamorosi, travolgendo vite e reputazioni in modo irreparabile.
Come dargli torto?
Se si guarda la questione da quella prospettiva, pensando a Tortora e a tutti gli altri casi simili, il SÌ appare quasi una scelta naturale, istintiva.
Ma è proprio quando si prova ad andare oltre l’emozione che nasce il dubbio.
Perché, in fondo, questo referendum chiede anche un atto di fiducia. Uno slancio, potremmo dire, quasi di “fede” nell’idea di riforma proposta dal governo. Bisogna credere che questo sia solo un primo passo, che seguiranno interventi più organici, più condivisi, più definitivi.
Ma chi questa fiducia non ce l’ha? Chi non crede in questo governo o nelle sue promesse? Chi, semplicemente, ritiene che i dubbi siano troppo grandi per essere ignorati? In quel caso, il NO diventa altrettanto naturale. Ed è proprio da qui che parte la nostra riflessione.
La vera emergenza non è stata affrontata fino in fondo: la durata dei processi.
In Italia, ottenere una sentenza definitiva può richiedere anni. Questo non è solo un problema tecnico, ma un vulnus democratico. Una giustizia lenta è una giustizia che, di fatto, non funziona.
Allo stesso modo, resta irrisolto il tema dei costi: per accedere alla giustizia, spesso, bisogna affrontare spese elevate, con il rischio concreto che il diritto diventi un privilegio per pochi.
E poi c’è la questione più delicata: la tutela delle persone non ancora condannate.
Quante volte abbiamo assistito a processi mediatici che anticipano – e spesso sostituiscono – quelli reali? Quante vite vengono travolte da accuse che, magari, si rivelano infondate anni dopo? Su questo fronte, servivano meccanismi chiari, forti, capaci di proteggere i cittadini dalla gogna prima ancora della sentenza. Anche qui, la riforma resta debole.
La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante è, in linea di principio, una scelta condivisibile. Non è un tabù. Anzi, è una proposta che negli anni è stata sostenuta anche da chi oggi si trova all’opposizione.
Il problema, però, non è l’obiettivo. È il modo.
Così come viene proposta, questa riforma non sembra avere la forza necessaria per incidere davvero sull’equilibrio del sistema. Rischia di essere un intervento parziale, privo di una visione complessiva della giustizia.
Una riforma di questo tipo non può nascere come risposta isolata, né tantomeno come strumento di semplificazione politica. Doveva essere discussa in Parlamento, nel confronto tra maggioranza e opposizione, coinvolgendo tutte le sensibilità e le competenze. Perché la giustizia non è un terreno di scontro, ma un pilastro dello Stato.
C’è poi un altro punto, spesso sottovalutato ma centrale: la natura stessa della materia.
La giustizia è un ambito altamente tecnico, complesso, fatto di equilibri delicati. Affidare una decisione di questo tipo al voto popolare significa chiedere ai cittadini di esprimersi su questioni che, per essere comprese davvero, richiedono competenze specifiche.
Non è una questione di capacità, ma di contesto.
I referendum hanno avuto, nella storia italiana, un ruolo fondamentale quando si trattava di grandi temi popolari, capaci di incidere direttamente sulla vita delle persone e comprensibili nella loro essenza: dal divorzio all’aborto, passando per altre scelte cruciali che hanno segnato il Paese.
Qui, invece, siamo di fronte a un terreno diverso.
Proprio per questo, forse, la sede più giusta per una riforma della giustizia resta il Parlamento. Un luogo dove il confronto tra maggioranza e opposizione può – e deve – portare a una sintesi più alta, più consapevole, più strutturata.
A rendere tutto ancora più fragile è stato il clima che si è creato attorno a questo referendum.
Un clima da stadio, fatto di contrapposizioni nette tra il SÌ e il NO, come se si trattasse di una partita di calcio. Tifoserie contrapposte, slogan semplificati, posizioni irrigidite.
Ma la giustizia non è una curva.
Non può essere ridotta a uno scontro ideologico o a una logica di appartenenza. Richiede equilibrio, competenza, responsabilità. Tutto ciò che, in un contesto polarizzato, rischia inevitabilmente di perdersi.
Il vero limite di questo referendum è proprio questo: manca una visione organica.
Si interviene su un punto importante, ma senza affrontare il sistema nel suo complesso. Senza un piano serio per ridurre i tempi dei processi. Senza una strategia per rendere la giustizia più accessibile. Senza strumenti concreti per garantire equilibrio tra accusa e difesa e per proteggere la dignità delle persone.
E allora il rischio è evidente: cambiare qualcosa per lasciare tutto, sostanzialmente, com’è.
Dire NO, in questo caso, non è un rifiuto del cambiamento. È una richiesta di responsabilità.
È il modo per dire che la giustizia italiana merita una riforma vera, condivisa, profonda. Una riforma che parta dai problemi reali dei cittadini e non da soluzioni parziali.
La separazione delle carriere può e deve essere discussa. Ma all’interno di un progetto più ampio, capace di affrontare le urgenze che da anni attendono risposta.
Perché la giustizia non ha bisogno di interventi simbolici.
Ha bisogno di essere, finalmente, all’altezza del Paese.