Non è solo un omicidio di camorra. È un’esecuzione compiuta a mezzogiorno, tra decine di persone, a meno di cento metri dall’istituto comprensivo “Vittorino da Feltre”, nel cuore del rione Villa. Un teatro urbano ordinario — famiglie, bambini, traffico di quartiere — trasformato in un poligono.
Salvatore De Marco, 34 anni, conosciuto come “Savio”, aveva appena parcheggiato l’auto in via Sorrento, all’angolo con via Figurelle. Una moto con due uomini a bordo si è affiancata dal lato guida. Otto colpi di pistola calibro 7,65 esplosi in rapida sequenza. Quattro lo hanno raggiunto al torace e all’addome. Poi la fuga, mentre le urla coprivano il rumore del motore.
Trasportato d’urgenza all’Ospedale del Mare, De Marco è arrivato già privo di vita. In pochi minuti parenti e amici hanno affollato la struttura sanitaria, in una scena di dolore composta ma carica di tensione. Le indagini sono affidate alla Squadra Mobile, guidata dal vicequestore Giuseppe Sasso, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia.
Ma al di là della dinamica, è il significato del bersaglio a pesare.
Un cognome che vale più di un ruolo
Salvatore De Marco non era ritenuto un elemento apicale. Aveva precedenti per associazione per delinquere semplice e reati contro il patrimonio, ma non risultava inserito stabilmente nelle attività operative del clan. Eppure il suo nome non è neutro.
È figlio di Susetta, sorella di Ciro Rinaldi detto “Mauè”, figura di vertice dell’omonimo gruppo attivo a Napoli Est. È dunque nipote diretto di uno dei riferimenti storici del clan. In contesti camorristici, la parentela è capitale simbolico: rappresenta continuità, identità, memoria del potere.
Colpire lui significa colpire il sangue.
E la storia familiare pesa come un macigno. Il padre, Luigi Rinaldi detto “Ginetto”, e lo zio Vincenzo Rinaldi, soprannominato “’o guappetiello”, furono uccisi nel 1996 in un agguato riconducibile alla guerra esplosa dopo l’omicidio di Vincenzo Rinaldi “’o giallo”. Una scia di sangue che ha segnato generazioni.
Per gli investigatori, dunque, l’omicidio assume il profilo di un messaggio. Non tanto per lo “spessore criminale” della vittima, quanto per ciò che rappresenta.
La ferocia senza freni: sparare tra la folla
C’è un dato che supera la cronaca giudiziaria: la scelta del tempo e del luogo.
Mezzogiorno. Strade affollate. Bambini a scuola. Famiglie in movimento. Non un vicolo isolato di notte, ma un quartiere vivo. È la dimostrazione di una ferocia che non contempla più limiti spaziali o morali. L’obiettivo era uno, ma il rischio era collettivo.
Non è solo un’escalation criminale: è un salto di qualità nel disprezzo per l’incolumità pubblica. La scena richiama un precedente che ancora brucia nella memoria del quartiere. Il 19 aprile 2019, sempre al rione Villa, fu ucciso Luigi Mignano, imparentato con i Rinaldi. Quel giorno stava accompagnando il nipotino di tre anni a scuola; nella fuga il bambino perse lo zainetto, poi recuperato dalla polizia. Un’immagine simbolica di innocenza travolta.
Oggi, a pochi metri dallo stesso istituto, si ripete il copione. Come se la soglia dell’accettabile fosse stata definitivamente abbattuta.
Il fronte Rinaldi-D’Amico e l’ombra dei Mazzarella
L’attenzione investigativa si concentra sui D’Amico, detti “Gennarella”, storicamente legati all’orbita dei Mazzarella. Tra i gruppi della zona la “ruggine” non è mai stata del tutto archiviata. Negli ultimi anni si erano registrate stese e intimidazioni, ma le tensioni sembravano contenute entro una conflittualità a bassa intensità.
L’omicidio di De Marco rischia di riaprire il fronte in maniera strutturale.
Una delle ipotesi al vaglio è che la vittima possa essere stata attirata in una trappola, forse con un appuntamento rivelatosi fatale. Da qui la caccia a chi avrebbe “portato la battuta”: chi ha segnalato la sua presenza in strada, chi ha fornito il timing agli esecutori. Le telecamere private e le dichiarazioni dei testimoni saranno decisive per ricostruire la filiera dell’agguato.
Se l’omicidio è un messaggio, la domanda è a chi sia diretto: un avvertimento? Una risposta a tensioni recenti? O l’avvio di una nuova fase offensiva?
Gli scenari possibili: vendetta o ridefinizione degli equilibri
Le opzioni sul tavolo degli investigatori sono almeno tre:
Ritorsione mirata: un regolamento di conti circoscritto, legato a contrasti personali o a dinamiche economiche locali, con un impatto simbolico ma non necessariamente preludio a una guerra aperta.
Segnale strategico: colpire un parente stretto per indebolire l’immagine di forza del gruppo Rinaldi e testarne la capacità di risposta, in una logica di ridefinizione degli equilibri territoriali.
Riapertura della faida: l’ipotesi più inquietante, con una spirale di vendette incrociate tra Rinaldi e D’Amico, e un conseguente innalzamento del livello di violenza a Napoli Est.
La storia insegna che in questi contesti il confine tra avvertimento e guerra è sottilissimo.
Un quartiere ostaggio del simbolo
La morte di Salvatore De Marco è un fatto di sangue, ma è anche un fatto politico e sociale. È il ritorno della camorra come presenza armata in pieno giorno, tra cittadini inermi. È la dimostrazione che la logica del clan può imporsi sulla logica della convivenza civile.
Quando si spara a cento metri da una scuola, il messaggio non è solo per il clan rivale. È per il territorio intero: “possiamo farlo ovunque”.
La vera sfida, ora, è impedire che questo delitto diventi il primo capitolo di una nuova stagione di guerra. Perché ogni volta che la camorra rialza il livello dello scontro, il prezzo non lo pagano solo i clan. Lo paga un quartiere intero.
Fonte REDAZIONE















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