LE INDAGINI

Marano, l’esecuzione di «Svitapierno»: così le nuove leve hanno rottamato col piombo la vecchia camorra

L'agguato a Castrese Palumbo scuote gli equilibri di Marano: l’anziano boss, ormai fuori dai radar e lontano dai vertici del clan Poggio Vallesana, è stato giustiziato con una sentenza spietata. Gli inquirenti scavano nel passato di una famiglia segnata da suicidi e condanne, cercando il movente in uno sgarro imperdonabile ai giovani lupi del territorio.

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L’omicidio di Castrese Palumbo, per tutti “Svitapierno”, non è solo un fatto di sangue; è un messaggio cifrato scritto con il piombo nelle strade di Marano. L’esecuzione, plateale e chirurgica, parla il linguaggio arcaico e feroce della Camorra “mafizzata”, quella che per decenni ha respirato l’aria pesante dei Nuvoletta.

Eppure, Palumbo era un uomo del passato, un “pensionato” del crimine che da anni si era ritirato nell’ombra, diventando quasi un fantasma tra i vicoli della città. Perché, dunque, rispolverare i killer per un uomo di quasi ottant’anni che aveva già appeso le armi al chiodo?

La stirpe dei Palumbo: tra suicidi e condanne

Per capire il presente, bisogna scavare nelle macerie di una famiglia segnata dalla tragedia e dalla violenza. Il nome dei Palumbo è legato a ferite mai rimarginate. C’è il mistero di Giuseppe, il figlio di Castrese, che nel 2010 decise di farla finita impiccandosi nel carcere di Sollicciano, portando con sé i segreti di una stagione di raid punitivi tra Giugliano e Pozzuoli.

E c’è il passato recente, datato settembre 2025 quello del nipote Aurelio Taglialatela, condannato a oltre 17 anni per l’omicidio volontario di Corrado Finale e il tentato omicidio di Umberto Galdiero e per l’attentato incendiario compiuto con una molotov contro l’abitazione della famiglia Galdiero nell’agosto del 2024.

Una scia di sangue che sembra non dare tregua, ma che secondo gli analisti non basta a spiegare l’agguato a “Svitapierno”. La vendetta trasversale per le azioni del nipote appare un’ipotesi troppo debole, quasi “scontata” per un delitto pianificato nei minimi dettagli.

Lo scontro generazionale: l’affronto ai “nuovi lupi”

L’ipotesi che sta prendendo corpo negli uffici della Procura è quella di un corto circuito generazionale. Marano non è più quella dei grandi patriarchi; oggi è il regno delle “nuove leve”, giovani criminali che masticano poco rispetto e molta ferocia. È possibile che Palumbo, forte del suo antico carisma, abbia superato un limite invalicabile? Forse un rimprovero di troppo, un consiglio non richiesto o un rifiuto di piegarsi alle nuove gerarchie ha decretato la fine dell’anziano boss.

In un’area dove la camorra ha sempre avuto legami strettissimi con la mafia siciliana, il rispetto dei confini è tutto. Palumbo, custode dei segreti di Poggio Vallesana, potrebbe aver commesso l’errore fatale di affrontare a viso aperto chi non ha memoria storica, ma solo fame di potere.

Il silenzio dei segreti

Difficile immaginare che un ottantenne stesse tentando di rimettere in piedi un cartello criminale per sfidare i clan egemoni. Più probabile che “Svitapierno” sia rimasto schiacciato tra il peso di ciò che sapeva e l’arroganza di chi oggi impugna le armi.

Con lui scompare un pezzo di storia della malavita maranese, un uomo che pur non essendo — come spesso erroneamente riportato — il cognato del boss Angelo Nuvoletta, ne aveva respirato l’ascesa e il declino. Ora restano solo i rilievi della Scientifica e il silenzio assordante di un territorio che aspetta di capire quale sarà la prossima mossa.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
Fonte REDAZIONE

Commenti (1)

Leggo l articolo e mi pare tutto strano,e noncapisco bene come dire,ma sembr una storia vecchia e ripetuta: Svitapierno era quasi un fantasma forse i suoi segreti han pesato tropp0.Ora la città restano confus@ e la giustizia pare lento a reagì,rimangono domande.

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