Carceri, Antigone lancia l’allarme sul processo per Santa Maria Capua Vetere

Dopo la conferma delle assoluzioni in Appello, polemica per il mancato ascolto di nuovi testimoni e per la condanna alle spese delle parti civili
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Caserta – Si riaccendono le polemiche sul filone giudiziario relativo ai fatti del 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, una vicenda che aveva scosso l’opinione pubblica nazionale e internazionale.

Giovedì scorso, davanti alla Corte di Appello di Napoli, si è concluso il giudizio di secondo grado nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria Vittorio Vinciguerra e Angelo Di Costanzo. I due erano già stati assolti in primo grado, con rito abbreviato, dalle accuse di tortura legate agli episodi documentati all’interno del penitenziario.

Nonostante le richieste della Procura, la Corte ha confermato l’assoluzione, respingendo anche l’istanza di ascoltare nuovi testimoni ritenuti dall’accusa in grado di fornire ulteriori elementi sulla presenza e sul ruolo degli imputati durante quella che il giudice per le indagini preliminari aveva definito “una orribile mattanza”.

Le prove e i nodi irrisolti

Nel primo grado di giudizio, il quadro probatorio – basato su testimonianze, dichiarazioni del comandante della polizia penitenziaria e conversazioni telematiche – non era stato ritenuto sufficiente a dimostrare la responsabilità dei due agenti.

Una valutazione che la Corte d’Appello ha sostanzialmente confermato, senza però aprire a nuovi approfondimenti istruttori. Proprio questo punto rappresenta uno degli elementi più contestati dalle parti civili e dagli osservatori.

La posizione di Antigone

Dura la reazione dell’associazione Antigone, da anni impegnata nel monitoraggio del sistema penitenziario.
Secondo Antigone Campania, la decisione di non acquisire nuove testimonianze “lascia forti perplessità”, pur trattandosi solo di uno dei diversi procedimenti nati dagli eventi del 2020, la cui definizione non esaurisce l’accertamento delle responsabilità complessive.

Il caso delle spese processuali

A suscitare ulteriore sconcerto è però un altro passaggio della sentenza: la condanna al pagamento delle spese processuali per le parti civili appellanti.
Tra queste figurano la stessa Antigone, gli eredi di Vincenzo Cacace e i familiari di Hakimi Lamine, detenuto deceduto un mese dopo i fatti e la cui morte è oggetto di un procedimento separato che coinvolge altri agenti.

“Una decisione che colpisce le vittime”, sottolineano dall’associazione, evidenziando come – a fronte del rifiuto di acquisire nuove prove potenzialmente decisive – venga comunque confermata l’assoluzione e trasferito il peso economico del giudizio proprio su chi ha chiesto verità.

Il rischio di un effetto deterrente

Pur essendo prevista dall’ordinamento, la condanna alle spese viene ritenuta problematica sotto il profilo sostanziale.

Antigone evidenzia infatti che il processo d’appello sarebbe stato celebrato comunque su impulso della Procura, indipendentemente dall’iniziativa delle parti civili.
Da qui il timore più ampio: che una simile impostazione possa scoraggiare, in futuro, le vittime di gravi violazioni – in particolare quando coinvolgono appartenenti alle forze dell’ordine – dall’intraprendere percorsi giudiziari per ottenere giustizia.

Un procedimento ancora aperto

Il caso di Santa Maria Capua Vetere resta comunque tutt’altro che chiuso. I procedimenti sono molteplici e riguardano decine di posizioni, con sviluppi ancora attesi nei prossimi mesi.

Resta sullo sfondo una vicenda che, anche grazie alle immagini diffuse all’epoca, ha rappresentato uno spartiacque nel dibattito pubblico sulle condizioni carcerarie e sull’uso della forza negli istituti penitenziari italiani.


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