Napoli – Non fu un incidente fatale, o almeno non è questa l’unica pista che la Procura di Napoli sta battendo con insistenza. A distanza di oltre due anni dalla tragica mattina del primo settembre 2023, la morte di Luca Canfora, stimato costumista di 51 anni, si arricchisce di un capitolo inquietante.
Il fascicolo, aperto per omicidio volontario, vede oggi l’iscrizione nel registro degli indagati di un collega della vittima. L’accusa è pesante: “false dichiarazioni al pubblico ministero”. Un tassello che trasforma un tragico volo dai Giardini di Augusto in un intricato rebus processuale, dove il silenzio e le incongruenze pesano più delle certezze.
Il fotogramma che smentisce il testimone
Il fulcro dell’indagine, coordinata dal PM Silvio Pavia, ruota attorno a un incontro che, secondo la videosorveglianza, non sarebbe mai avvenuto nei termini descritti. L’indagato, ascoltato inizialmente come persona informata dei fatti, aveva messo a verbale di aver incrociato Canfora intorno alle 10:30 di quel mattino, proprio all’ingresso del parco. Poche chiacchiere durante una pausa, un saluto veloce, poi il nulla.
Tuttavia, l’occhio elettronico delle telecamere che blindano l’area del set di Paolo Sorrentino racconta una verità diversa. Dall’analisi minuziosa dei filmati è emersa una discrepanza insanabile: le immagini non restituiscono alcun riscontro a quell’incontro. Perché mentire su un dettaglio apparentemente banale? È questa la domanda a cui gli inquirenti cercano risposta attraverso un invito a comparire che permetterà all’uomo di difendersi, questa volta assistito da un legale.
Il mistero dell’uscita fantasma
Ma il punto più oscuro dell’intera vicenda risiede in un paradosso logistico che sta togliendo il sonno agli investigatori. I sistemi di videosorveglianza hanno registrato con precisione millimetrica l’ingresso di Luca Canfora e di tutta la troupe all’interno dei Giardini di Augusto. Le telecamere hanno poi immortalato l’uscita di ogni singolo addetto ai lavori. Tutti, tranne uno.
Canfora risulta entrato nel parco, ma non esiste un solo fotogramma che lo ritragga mentre ne esce. Come ha fatto il costumista a raggiungere il punto del precipizio senza essere visto? Esistono varchi ciechi o il 51enne è stato aiutato a sparire dai radar? Questo “buco” temporale e visivo è il cuore pulsante del giallo caprese: un perimetro sorvegliato che si trasforma in una trappola senza immagini d’uscita.
Tra omertà e verità negate
L’inchiesta si muove in un clima di estrema delicatezza. Decine di testimonianze sono state raccolte tra i membri della produzione di “Parthenope”, nel tentativo di ricostruire lo stato d’animo di Canfora e le dinamiche interne al set. L’iscrizione del collega nel registro degli indagati serve alla Procura per cristallizzare un punto fermo: la ricostruzione fornita finora non regge.
Resta da capire se quel “falso” sia stato un tentativo maldestro di coprire una propria negligenza o se nasconda qualcosa di molto più sinistro legato agli ultimi istanti di vita del costumista. L’indagato potrà ora avvalersi della facoltà di non rispondere, un diritto che però lascerebbe intatto il velo d’ombra su una morte che, dopo tre anni, attende ancora giustizia.
Fonte REDAZIONE








































Commenti (1)
Non so’ cosa dir,e l’articolo pone molte questioni senza risposte nette . Le telecamere non mostrano l’uscita e questo sembra strano, ma potrebber esser un difetto tecnico, un errore umano o un depistagg o voluto . I colleghi parlano confusamente e le verbali non combaciano; bisognara aspettare che la giustizia parli e che i fatti sian chiariti prima de fare supposizioni.