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Camorra, colpo al tesoro del clan Montescuro: sequestro milionario per un imprenditore del porto

Sigilli a società, immobili e conti correnti riconducibili a un 59esimo ritenuto il "volto imprenditoriale" della cosca di Sant'Erasmo. L’operazione della Polizia scaturisce dalla sproporzione tra redditi dichiarati e patrimonio accumulato.
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Camorra, colpo al tesoro del clan Montescuro: sequestro milionario per un imprenditore del porto

Napoli – Una vita vissuta all’ombra del Porto di Napoli, tra affari legali di facciata e una solida vicinanza ai vertici della camorra dell’area orientale. Stamattina la Polizia di Stato ha inferto un duro colpo al patrimonio di un imprenditore napoletano del 1965, dando esecuzione a un decreto di sequestro di prevenzione finalizzato alla confisca.

Il provvedimento, emesso dal Tribunale di Napoli su proposta congiunta del Procuratore della Repubblica e del Questore, mira a smantellare l’impero economico di un soggetto considerato dagli inquirenti ad “elevata pericolosità sociale”.

L’ombra di “’o munuzz” sulla zona orientale

L’imprenditore colpito dal provvedimento è ritenuto un elemento organico al clan Montescuro, lo storico sodalizio criminale che per decenni ha dettato legge tra Sant’Erasmo e San Giovanni a Teduccio. La figura dell’uomo emerge chiaramente nelle indagini avviate nel 2016 sulla cosca guidata dal defunto boss Carmine Montescuro, detto “’o munuzz”.

Secondo gli inquirenti, il 59enne non era solo un fiancheggiatore, ma un perno negli interessi del clan nei settori delle estorsioni, dell’usura e, soprattutto, nel lucroso business degli appalti per la riqualificazione della zona orientale e dell’area portuale. Già arrestato nell’ottobre 2019, l’uomo ha subito condanne (non ancora definitive) in primo e secondo grado per associazione camorristica ed estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Ricchezze accumulate con il “metodo mafioso”

A far scattare il sequestro è stata l’accurata analisi patrimoniale condotta dalla Divisione Polizia Anticrimine della Questura di Napoli. Gli accertamenti hanno portato alla luce una “sistematica e prolungata accumulazione di ricchezza”, giudicata del tutto incompatibile con i redditi minimi dichiarati dall’imprenditore e dal suo nucleo familiare.

Per l’accusa, quel tesoro è il frutto di anni di attività illecite e del controllo capillare del territorio, esercitato sfruttando la forza di intimidazione del clan. Anche se parte dei beni era intestata a prestanome o familiari, i giudici hanno ritenuto che la disponibilità effettiva fosse nelle mani del proposto, seguendo una strategia tipica del riciclaggio di matrice mafiosa.

Dalle pompe di benzina al Centro Direzionale: il patrimonio sotto chiave
Il decreto di sequestro ha colpito un ventaglio eterogeneo di beni, localizzati in punti nevralgici della città e della provincia:

Immobili di pregio: Un’abitazione e diversi box auto e autorimesse situati nel cuore del Centro Direzionale di Napoli.

Imprese e commercio: La totalità dei beni strumentali di tre società. Una di queste opera nel settore della distribuzione di carburanti, mentre le altre due sono attive nel mercato dei ricambi per auto e motoveicoli.

Asset finanziari: Numerosi conti correnti e polizze assicurative aperti presso vari istituti bancari e Poste Italiane.

Il provvedimento, pur avendo natura cautelare, rappresenta un passo decisivo nella strategia di contrasto ai patrimoni illeciti della criminalità organizzata napoletana, colpendo quella “zona grigia” dove l’economia legale si intreccia pericolosamente con gli interessi dei clan.

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Commenti (1)

Articolo informativo ma con pochi chiarimenti,la Polizia intervien0 efficacemente,ma restano dubbi su come sia stat0 possibie l’accumulo;le autorità han fatto sequestri multipli ma ancora non si capisce chi realment e gestiva le ricchezze. Le beni confiscati par essere grandi ma il valore non son chiare,si spera svolga un controllo piu approfondito.

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